Nel nome di Ronconi

Nel nome di Ronconi
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Non poteva che essere Luca Ronconi a sostituire Giorgio Strehler alla guida del “Piccolo” di Milano dopo la sua morte. Ronconi, pur essendo molto diverso dal regista triestino, era l’unico che potesse gareggiare con la sua maestria. Allievo della “Silvio D’Amico” e poi subito debuttante con Squarzina in veste d’attore, Ronconi capisce subito che il suo destino è la regia. Alla fine degli anni sessanta e agli inizi dei settanta, un vento nuovo scuote dalle fondamenta il teatro europeo e italiano. Una forza paragonabile solo alla furia iconoclasta dei prime decenni del XX secolo, quando le prime avanguardie misero radicalmente in mora il teatro di tradizione borghese. Sono gli anni in cui Carmelo Bene, Quartucci, Ricci, De Berardinis, solo per citare alcuni, provarono a risemantizzare le scene le drammaturgie sulla scia del Living Theatre di J. Beck e J. Malina, di J. Grotowski, di P. Brook ecc…. In questo clima destrutturante si inserirono, paradossalmente, le prime grandi regie classiche ronconiane: Orestea (1972), Baccanti (1973), Uccelli (1973), Utopia (1975), e di nuovo le Baccanti in una nuovissima versione (1978). C’era già stata la trasposizione dell’Orlando Furioso (1968) che gli aveva dato fama e gloria, imponendolo come uno tra i migliori registi emergenti del teatro italiano. Ecco, io vorrei ricordarlo così, come uno tra i più intelligenti interpreti del teatro classico e delle sue possibili versioni contemporanee, proprio a cominciare da quegli anni di sperimentazioni arditissime. Oggi, che Ronconi è uscito di scena con la discrezione dei grandi sarà difficile, molto difficile trovare qualcuno che potesse pareggiare il suo intuito e la sua capacità di scavo nelle drammaturgie d’ogni tempo. A tale proposito voglio riportare per intero una sua dichiarazione di intenti che meglio ci fa capire questo suo non pacificato rapporto: “ (…) Anziché ricercare analogie tra le situazioni della tragedia e il nostro mondo contemporaneo, preferisco riportarla deliberatamente in quel passato dal quale ci è giunta. Piuttosto che rivivere artificiosamente la tragedia attraverso accostamenti troppo semplicistici al presente, ed offrire così mistificanti norme di paragone per le nostre opinioni e ideologie contemporanee, preferisco far riflettere sull’enorme distanza di tempo che ci separa dalla tragedia, e su quanto di morto essa contenga. Il nostro stesso progresso emerge così dalla distanza che ci separa dai classici”.  La sua produttività inesauribile, le sue continue svolte, la sua smania di ricerca dentro il seducente perimetro delle parole, la sua foga antinaturalistica alla ricerca di una sillabata pronuncia che è potuta ad alcuni sembrare uno sterile manierismo, sono materia per un saggio e difficilmente riassumibili in un piccolo articolo che vuole solo essere un modo per ringraziare un teatrante senza pari. Un grazie di cuore “Maestro”.

 

redazioneIconfronti

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