Dom. Lug 21st, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Nel Sud il teatro del presente prigioniero del “salottino buono”

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Credo che il dibattito sul teatro di innovazione a Salerno meriti ancora qualche riflessione; se non altro per evitare che alla fiammata di opinioni segua la consueta caduta nel silenzio, come se in fondo si trattasse di parole al vento. Resto invece convinta che gli importanti temi toccati da Forte e da Anna Nisivoccia – la smemoratezza in primo luogo - non riguardino solo la nascita di un centro teatrale a Salerno quanto le più generali politiche culturali che in questi ultimi decenni anni hanno lambito la nostra città. Uso la parola “lambito” non a caso, in quanto se una politica culturale vi è stata, essa ha riguardato principalmente Napoli e scarse sono state le ricadute nei capoluoghi di provincia. In questi ultimi anni a Napoli è nato un Teatro Stabile pubblico; si sono aperti nuovi spazi per l’arte e non sono mancati sostegni alla produzione teatrale, editoriale, cinematografica si è svolto un grande festival internazionale; un’economia culturale da sempre alquanto robusta ha trovato nel governo regionale precedente a Caldoro la sua linfa e il suo nutrimento alimentandosi di un circolo virtuoso, se così si può dire.
di Luciana Libero

Credo che il dibattito sul teatro di innovazione a Salerno meriti ancora qualche riflessione; se non altro per evitare che alla fiammata di opinioni segua la consueta caduta nel silenzio, come se in fondo si trattasse di parole al vento.
Resto invece convinta che gli importanti temi toccati da Forte e da Anna Nisivoccia – la smemoratezza in primo luogo – non riguardino solo la nascita di un centro teatrale a Salerno quanto le più generali politiche culturali che in questi ultimi decenni anni hanno lambito la nostra città.
Uso la parola “lambito” non a caso, in quanto se una politica culturale vi è stata, essa ha riguardato principalmente Napoli e scarse sono state le ricadute nei capoluoghi di provincia.
In questi ultimi anni a Napoli è nato un Teatro Stabile pubblico; si sono aperti nuovi spazi per l’arte e non sono mancati sostegni alla produzione teatrale, editoriale, cinematografica si è svolto un grande festival internazionale; un’economia culturale da sempre alquanto robusta ha trovato nel governo regionale precedente a Caldoro la sua linfa e il suo nutrimento alimentandosi di un circolo virtuoso, se così si può dire.
Oggi la crisi in atto e le scelte del nuovo governo regionale hanno in parte attutito la molteplicità degli interessi ma il nuovo corso non riuscirà certo ad eliminare il vivace e storico contesto produttivo che non dipende del tutto dai suoi amministratori.
Cosa è accaduto invece nel resto del territorio? I grandi eventi della provincia e le iniziative stagionali raramente assurgono ad eventi di rilievo nazionale, spesso rimanendo patrimonio di un associazionismo locale e di un ristretto ambito territoriale, quando non sono semplicemente frutto di iniziative occasionali e clientelari; i capoluoghi di provincia della regione vivacchiano in stagioni teatrali annuali e, fatte salve alcune sparute quanto encomiabili eccezioni, al di fuori di Napoli resta alquanto arido il terreno produttivo fatto di artisti, registi, filmakers, organizzatori, impresari, titolari di compagnie, gruppi, operatori, case editrici.
Vi sono episodi inoltre che lasciano interdetti come la disputa a Vallo della Lucania tra la Diocesi e il direttore di Velia Teatro che non si comprende per quali tortuosi percorsi giunga a diventare materia di contenzioso legale: uno rivendicando spazi e accusando la chiesa di “posizione dominante”; la chiesa difendendosi a colpi di carte bollate (sic!)
Se poi guardiamo più da vicino la città di Salerno il discorso sulla smemoratezza appare quanto mai fondato ed è quasi pleonastico ribadire quanto siano state progressivamente smantellate le spinte e le trasformazioni degli anni ’70 che altrove sono divenute patrimonio comune.
L’università, allora fecondatrice di grandi fermenti culturali, si è sempre più allontanata dalla città; gli intellettuali sono stati via emarginati da qualsivoglia indirizzo culturale; la produzione teatrale si è appiattita sul versante vernacolare e amatoriale; gli spazi vengono affittati per iniziative occasionali; il dibattito su grandi temi e grandi questioni è semplicemente assente; per non dire di una stampa locale soffocata dalla cronaca ( o dalle bagattelle tra provincia e comune) che raramente osa affrontare qualche argomento di più ampio respiro.
Diciamo pure che la politica culturale salernitana si è assestata su scelte in gran parte dettate da un vivace orientamento al marketing personale e poco attente a una più generale crescita della comunità e ha finito con l’alimentare rendite di posizione e mediocri portatori di interessi.
È d’altra parte indubbio che la comunità salernitana ha potuto godere in questi anni di un contesto non degradato del suo spazio vitale e quotidiano; di notevoli interventi urbanistici che ne stanno ( tra qualche lentezza e non sempre condivisi) trasformando la fisionomia architettonica; ma in cambio della condizione di “isola felice”, si è dovuto pagare il prezzo (piuttosto alto) di un’incolmabile distanza dal mondo creativo e produttivo di altre più organizzate identità civili.
Quello che è avvenuto dagli anni ottanta in poi è stato in definitiva la perdita della memoria non della rassegna Nuove tendenze o del passaggio di Kantor a Salerno ma della memoria più colta ed evoluta della città che ha avuto, tra i suoi, uomini illustri e menti lucide, contributi notevoli alla conoscenza e al sapere, tutti passate nella più generale dimenticanza. La perdita insomma – come ha scritto una studiosa torinese- di quel milieu culturale inteso “come caratteristica profonda dei luoghi, plasmata nella relazione, storicamente situata, fra spazio e società; quell’insieme particolare specifico di condizioni naturali e socio-culturali che si sono stratificate in un certo luogo nel corso del tempo e che rappresentano il patrimonio comune della collettività locale e la base territoriale della sua identità”.
Si dirà che questo è un processo generale in atto nella nostra società. Tuttavia in tante altre province, in Puglia, in Emilia, nelle Marche, da nord a sud, si interrogano non solo sulla qualità dell’aria o sulle percentuali della differenziata ma anche sulla vita e sull’arte. In questi giorni all’isola del Giglio il gruppo teatrale locale ha deciso di non fare il solito Shakespeare ma di presentare uno spettacolo di gruppo, cui partecipano gli isolani, sulla “Bella addormentata” la nave Costa naufragata nella baia. Il teatro altrove, anche in piccoli centri (si pensi al teatro povero di Monticchiello o alla Primavera di Castrovillari) si mobilita sul presente, ne coglie gli umori e li rimescola in un gioco di specchi tra autori e spettatori e mille altri potrebbero essere gli esempi. Qui da noi il teatro amatoriale non perde un colpo e rassegne estive (e invernali) si inaugurano con spettacoli dialettali uguali a se stessi da cent’anni, immoti nella solita scena del salottino buono “tavola da pranzo+tinello”.
Forse col tempo, l’”isola felice” ha finito con l’isolarsi sempre di più in un’autarchia chiusa e autoreferenziale, divenendo anch’essa un fermo immagine del “salottino buono”; dove però i pochi “creativi” esistenti, le piccole gallerie, piccoli gruppi di teatro, community dei social network stanno cominciando a capire che l’autonomia è l’unico modo possibile per uscire dal coeso immobilismo che tiene avvolta la città da almeno un ventennio.

[divide]

I precedenti interventi sull’argomento:

Teatro di innovazione e scarsa trasparenza nelle spese della cultura di Anna Nisivoccia
Il Teatro Stabile di Innovazione? Ma Salerno è deturpata nell’animo di Alfonso Liguori
Teatro a Salerno / L’illusione deluchiana di educare all’innovazione di Franco G. Forte
Salerno, ora nella città immemore nasce il “teatro di rianimazione” di Pasquale De Cristofaro
Se nel Sud il teatro contemporaneo ignora storie e competenze di Pasquale De Cristofaro

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