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Nella casa degli Atridi giocano a nascondersi

Nella casa degli Atridi giocano a nascondersi
di Francesco Tozza
Darling all'Eliseo

Darling all’Eliseo

C’è una frase – lapidaria, icastica – che colpisce (e ve ne sono molte altre, in verità) nell’ultimo spettacolo, Darling, che la Ricci/Forte ha presentato all’Eliseo per Romaeuropa 014: “Qui una volta c’era un posto chiamato teatro”. A parte l’eco sinistra che dichiarazioni simili producono fra le mura di sale teatrali come questa, non a caso sull’orlo di una crisi di nervi per le continue ipotesi di definitiva chiusura che l’assillano, sembra si voglia qui stilare un atto di morte presunta, anzi registrare l’avvenuto decesso di un intero genere (il più antico – s’era sempre detto – dei linguaggi artistici), a prescindere dalla crisi dei luoghi tradizionalmente deputati ad ospitarlo. Crisi, del resto, assai bene metaforizzata (ma fino a quando si tratterà di semplice metafora?) da quella specie di container che vediamo in palcoscenico, sin dall’ingresso in sala, presto illuminato – da una luce accecante – in tutta la sua povertà e bruttezza, smontabile e poi continuamente smontato dai tre attori che vi approdano silenziosi (inizialmente almeno), avvolti in rozze coperte che li fanno assomigliare a sperduti migranti, mentre una donna, sul tetto di quella parvenza di casa in disarmo, coerentemente al suo abito settecentesco con relativa parrucca bianca, pronuncia parole non sempre comprensibili, provenienti comunque da un passato lontano, troppo lontano…, intessute come sono di precetti morali o noiose regole di comportamento. Il tutto in un paesaggio quasi apocalittico, fra folate di vento, versi di animali (forse di uccelli, ma anche di cavalli al galoppo), rumorosi passaggi di elicotteri, e ancora parole, parole, forse troppe, spesso anche proiettate sulle pareti della rozza scatola scenica, quasi a sottolineare la perdita del loro alone semantico nell’ossessiva ripetizione o il cinismo della loro riproposta in un mondo che non sa ascoltarle più: “Non esiste nessuna volta celeste sopra di noi; giù e su, niente! Nessuno può salvare l’uomo! La tempesta ci ha segnati: cadaveri fuori, cadaveri dentro”. E’ quel che resta del teatro, signori! – sembra volerci dire l’ormai celebre coppia di registi romani.

In un teatro che muore – o forse è già morto – non può mancare, tuttavia, la memoria delle origini,  o se si preferisce, di un passato che non passa, nonostante tutto; si risentono nomi antichi, illustri (Oreste, Elettra, Clitennestra), un tempo familiari ed estremamente importanti, almeno per chi nelle loro domande e nel marasma delle loro vicende coglieva il porsi di più ampie problematiche, il segno di passaggi addirittura epocali, in direzione della nuova Legge, della nuova e più moderna idea di Stato. Eschilo, nella sua Orestea, auspicava l’avvento di quella svolta, ne additava la possibilità, anzi la necessità, per superare la catena delle vendette tribali; nella riscrittura dell’antico mito fondativo, operato da Ricci/Forte, tutto si ridimensiona, ovviamente, nel riferimento anche alla più contingente attualità, magari quella nostrana! “La Costituzione è rimasta a lungo nel fondo del mare, le pagine si sono ingiallite, le parole sono illegibili” – dice la solita voce di commento; i nuovi tempi sembrano chiedere “un rito di passaggio all’inverso”, che ricominci il percorso dalla “banalità del male” cui si è approdati. E’ così che l’incontro fra Oreste ed Elettra diventa una questione ridicolmente privata, con l’assassinio deciso dai due fratelli, peraltro non troppo convinti, nel sospetto della tresca paterna con Cassandra; a rappresentarla, basta il riquadro di una finestra del container, dove agiscono due mani inguantate, in una scena da teatro dei burattini. Inutilmente i quattro attori (Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero, Gabriel Da Costa), sempre meno personaggi dell’arcaica vicenda e sempre più se stessi, tuttalpiù maschere trasparenti di un presente che non tollera rappresentazioni catartiche – se mai esibizioni ostentate, egocentriche, autoreferenziali – strillano, si arrabbiano, vagano sul palcoscenico, senza mai esplicitarne il motivo, probabilmente non chiaro o nascosto a se stessi, con un fondo di innegabile, anche se alla lunga studiata, disperazione. Nella casa degli Atridi si gioca, ormai, a nascondino o a moscacieca; i quattro interpreti di una drammaturgia sempre più inconsistente, che non può o non vuole più consistere, sia che indossino la tuta da operai o il tutù del balletto classico, continuano quella che solo per nobilitare la cosa si può chiamare decostruzione; non si recitano più parole, spesso solo numeri, a caso; i pugni levati al cielo o le spade immaginarie inutilmente sfoderate esprimono l’inanità di uno sforzo per nulla convinto e convincente. La musica, vera struttura portante della rappresentazione, contaminando stili, generi, epoche (da Mick Jagger a Sinatra, ai Led Zeppelin, per non dire del finale valzer straussiano), siccome decontestualizzata, cioè sottratta al suo più consueto milieu, costituisce l’ironico, al contempo fascinoso, commento allo spettacolo. Che è poi non molto diverso dagli altri che la Ricci/Forte, con ritmi più o meno incalzanti, arguzie sceniche magari scontate ma non certo prive di una loro efficacia, continuano a proporci in questi anni. Nei loro confronti si parla di “cinica brutalità”, si ricorda agli autori il loro passato nelle fiction televisive (di cui peraltro essi non fanno mistero); li si rimprovera soprattutto di criticare un sistema che loro stessi alimentano. Ma non è proprio questo l’atteggiamento dominante nella cultura (e nella politica in genere), oggi? Criticare, integrandosi; troppo spesso, e immotivatamente, le Furie si trasformano in Eumenidi, senza la tragicità additata nel percorso eschileo. E’ credibile, in simile contesto, piantare almeno le radici di un futuro possibile? Sembra se lo chiedano, anzi se lo propongano, gli attori nel corso dello spettacolo, in questa che è una delle emblematiche frasi cui si accennava all’inizio. Del resto che altro senso dare a quel finale svestirsi, per approdare nudi al proscenio e riempirlo di tanti vasetti di terra, ove vengono piantati altrettanti bambolotti di plastica? Sta allo  spettatore, poi, decidere se le note del valzer di Strauss, che accompagnano il lento snodarsi della scena (ancora una musica accattivante di commento), esprimano un graffio ironico per un assai difficile ricambio generazionale, un cenno nostalgico ad una neonatalità, non più “drogata da bisogni indotti”, l’incanto (o il disincanto…?!) verso ipotesi di futuro possibili.

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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