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Nella “città delle luci” brillano solamente poche lucciole

Nella “città delle luci” brillano solamente poche lucciole

“Per voce sola. Parole della nostra scena”
II ediz., a cura di Vincenzo Albano
Salerno, 25 settembre – 23 ottobre 2015

 

di Francesco Tozza
Una rassegna interessante

Una rassegna interessante

Non può che salutarsi con piacere – e sincero appoggio al coraggio dell’iniziativa – la seconda edizione, ad un anno di distanza dalla prima, della rassegna curata a Salerno da Vincenzo Albano, giovane e dinamico organizzatore di cose teatrali (tanto per ricorrere ad una definzione, al solito non esaustiva). Di lui ci occupammo ampiamente, in calce alla precedente edizione (ma non solo allora), sempre solleciti – ci sembra – a sottolineare, non semplicemente registrandolo, ciò che effettivamente illumina, con quel tanto di energia che si ha a disposizione, il quadro culturale cittadino, non proprio brillante, almeno nello specifico teatrale. Al di là di ogni polemica (sempre, per quanto ci riguarda, bene accetta e, comunque, mai demonizzabile, purché non diventi a sua volta sterile contrapposizione e mascheramento di un’impotenza di fondo, a stento celante un’aprioristica conflittualità, che con le ragioni dell’arte, minuscola o maiuscola… che sia, e le ragioni stesse della sana politica, poco ha a che fare), ci sembra poter e dover sostenere che anche piccole iniziative, come questa di V. Albano, prese fra mille disagi e contraddizioni, vadano incoraggiate. Anche per farle crescere, affinare: farle divenire maturo e permanente esercizio di attività (è anche un augurio!), linfa vitale in un ambito come il teatro che va sempre studiato (come ogni settore culturale) nella sua storia, ma anche vissuto, animato nel suo incerto presente, a costo anche di sporcarsi le mani: nel senso sartriano del termine, ovviamente, non di quello di Romacapitale e similia, per intenderci!
Qui, comunque, interessa soprattutto entrare nel merito della rassegna, la quale, nella città delle luci, ormai da qualche anno così definita con terminologia banalmente letterale, purtroppo tutt’altro che metaforica, accende – e ha acceso – una sua luminosità, piccola quanto si vuole, ma a suo modo intrigante. Certo cominciano ad apparire (finalmente!) altre timide luminosità: lucciole – le si chiamerebbe – al paragone con le possenti luminarie che si erigono, ormai da qualche anno e per più di tre mesi, in onore di un santo patrono che non c’è più, e tuttavia continua a proteggere dall’alto la sua città! Lucciole, che sorgono qua e là, fra i cespugli di un tessuto sociale che quasi le nascondono, ma non sfuggono ai più curiosi, magari ingenui cultori di fenomeni ancora, per così dire, naturali. Per uscir di metafora e non rimanere nel vago, ci piace sottolineare la presenza in città, in questi stessi giorni, ai confini del suo sempre misterioso e accattivante centro storico (nei pressi di Palazzo San Massimo), di un’iniziativa seminariale (“Costellazioni”, a cura dell’Associazione culturale teatrAzione, in pratica dei giovani Igor Canto e Cristina Recupito), nell’ambito della quale si è potuto (ri)sentire, per esempio, qualcosa sul “Teatro degli oppressi” di Augusto Boal (ad opera di un’operatrice palermitana, Preziosa Salatino), o (ri)vedere materiali di studio dei sempreverdi Kantor e Grotowski (commentati da un prof. polacco, Tadeusz Lewicki); per rimanere a due soltanto dei cinque appuntamenti del programma, frequentati da uno sparuto gruppo di persone di buona volontà (!), e da chi quelle cose magari le ha masticate, per motivi anagrafici, già qualche decennio fa, ma forse proprio per questo è sempre pronto a ricibarsene, dovunque e comunque, pur di impedire i sempre pericolosi rigurgiti del vuoto culturale o le arroganti posizioni di una sempre ingiustificata superiorità. E per rimanere alle nascenti luminosità, in particolare ad uno dei due maestri del teatro novecentesco, appena citati, va segnalata l’imminente (dal 3 all’8 novembre prossimi) settimana kantoriana, a cura di Francesco G. Forte, operatore culturale di caratura storica, in un territorio che sembra aver dimenticato l’ospitalità concessa (con due dei suoi ultimi spettacoli e la sua stessa presenza) al grande regista polacco; anche se va subito aggiunto che l’unica maniera valida per onorarlo, oggi, non è certo quella di rimpiangere un ormai lontano passato (oh les beaux jours!), quanto piuttosto quella di riattivarsi, senza sterili conflittualità o indecorose e spocchiose assenze, per il ritorno in zona di quel grande teatro, ovviamente anche nelle sue nuove e ormai anche differenti manifestazioni.
Promettevamo, più sopra, di parlare del merito (nel senso dei contenuti) della rassegna di Vincenzo Albano, ma abbiamo finito con il trattenerci ancora sui meriti della stessa e delle iniziative similari, timidamente nascenti in città. Venendo finalmente agli spettacoli offerti (che è quello che deve interessare, anche se non in via esclusiva; ma sull’argomento è inutile insistere), ci sembra poter sottolineare, nei primi tre dei quattro appuntamenti finora realizzatisi – felicemente seguiti dal numeroso pubblico, in buona parte giovanile (finalmente!), che riempiva, spesso seduto perfino ai piedi del palcoscenico, la piccola sala del Giullare, in via Vernieri – la notevole bravura degli interpreti, che ha reso tutta teatrale l’efficacia dei loro testi, peraltro niente affatto scontata nella drammaturgia “per voce sola”, di cui si trattava, appunto, nel nostro caso. In proposito andrebbe ricordato agli officianti del teatro letterario (ancora e di nuovo sempre numerosi!) che il referente testuale, checché oggi si dica o torna a dirsi, in se stesso non é teatro, tutt’al più un’esortazione a farlo esistere, come icasticamente ha detto, in un suo bel saggio, Alain Badiou. Il teatro, anche quello che fra i suoi diversi modi di esistere prevede, o addirittura esige come sua premessa, il testo scritto, non cessa mai di non scriversi. L’autore, si sa, non vorrebbe scrivere solo la pièce, ma addirittura la sua rappresentazione: le didascalie, a volte ossessive, sono la cattiva coscienza di questo desiderio che rimane vano. Come la pièce, l’autore è sempre recitato, altrimenti non c’è teatro ma, al massimo, letteratura drammatica. Ovviamente nel caso dell’attore/autore, cioè interprete di se stesso, le cose sono meno complicate, come nel nostro caso: l’identità dei ruoli facilita l’azione scenica, anche se non esclude tradimenti in itinere; é qui il fascino dell’evenemenzialità, della provvisorietà – della diretta, si direbbe oggi – che il teatro, a differenza degli altri media, ha sempre avuto, smussando l’originaria ritualità, la rischiosa ripetizione dell’identico.
Questo sentore di originarietà, questo senso – come dire – di calda improvvisazione (miracoli della finzione scenica, capace di produrre le più lancinanti rivelazioni pur nel gioco della rappresentazione), ha costituito la costante nel dipanarsi del racconto di queste voci sole; ciascuna a suo modo certo, ma tutte accomunate dal desiderio di raccontare, appunto, e soprattutto raccontarsi. Il piacere del racconto, dunque; non però della narrazione storico/politica, come nel teatro di Paolini o Baliani, o quella puramente fiabesca o, a volte, di impegno nel sociale, che spesso caratterizza il teatro di Ascanio Celestini; piuttosto il piacere, si direbbe quasi il bisogno del racconto esistenziale, come confidenza, confessione laica o, se si vuole, a suo modo religiosa: un ponte lanciato al di là del palcoscenico per narrare ciò che solo dal palcoscenico può dirsi e fra le sue tavole è costretto a rimanere.
Così Daniele Timpano, nel suo Ecce Robot, ha rinvangato il travaglio di una generazione (la sua, ovviamente), nata fra gli anni ’70 e gli ’80, che giocoforza ignara dei terribili accadimenti dell’epoca (il delitto Moro, l’ascesa di Silvio Berlusconi, ecc.), dormiva il sonno di una ragione incipiente dinanzi agli eroi di piombo di una televisione che già abdicava ad ogni compito minimamente pedagogico, mostrando nuovi dei, falsi e bugiardi non meno degli antichi, nei cui confronti solo una ormai tarda ma acre ironia può registrare inconsapevoli connivenze e immancabili responsabilità della generazione precedente.
Da parte sua, Salvatore Nocera, interprete di Letizia Forever (un testo questa volta non suo ma di Rosario Palazzolo, che firma anche la regia), ha prestato il suo corpo e la voce al racconto esistenziale di una donna, vittima di soprusi e sbandamenti emotivi, con un linguaggio a volte contorto, sgretolato, drammatico e più spesso comico, magari suo malgrado, svelando comunque la funzione catartica della parola, una volta divenuta fatto scenico.
Ma la vera rivelazione della rassegna, finora, è stata quella di Tindaro Granata, attore (con qualche precedente teatrale e già alcuni premi al suo attivo), nel caso specifico anche regista e autore. Con lo splendido Antropolaroid, monologo sulla storia della sua famiglia, ha offerto frammenti di memoria di una cultura ormai scomparsa ma evidentemente sedimentata nel suo inconscio, dal quale quasi esplodeva, in una mistura di linguaggi, una poliedricità di gesti e comportamenti scenici che avevano spesso del sorprendente. Con gli spettatori si è presto creato un vero e proprio feeling, onde i calorosi, ripetuti applausi finali, e la consapevolezza di aver vissuto tutti, noi e lui, una magica serata.
Sono queste luminosità, che fortunatamente si accendono anche in una stanca città di provincia, dove è assai debole la memoria storica e sembra non esserci spazio per un teatro del futuro, a farti nutrire speranze e coltivare residuali aspettative. E’ vero che uno spettacolo per sua natura è deperibile; tutto, o quasi tutto, in lui è mortale. Ma, vivaddìo, esiste anche un teatro della fine del teatro!

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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