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Nella inutile guerriglia di Roma c’è una modernità ferma al palo

Nella inutile guerriglia di Roma c’è una modernità ferma al palo

Nella politica e nel palazzo mancano riferimenti per una nuova cultura del dialogo

di Andrea Manzi
da laCittà del 26/08/17

Lo sgombero dei rifugiati politici di Roma, che sono passati dagli strepiti della guerra agli scrosci taglienti degli idranti, pone un problema di mutilazione della libertà. L’altro giorno, da piazza Indipendenza, non è stata cacciata via, con furiosa determinazione statuale, una pattuglia di invadenti immigrati abusivi, ma uomini, donne e bambini che andavano difesi per il triste “status” che si portano appiccicato addosso come l’edera, quello appunto di rifugiati. In un passato recente, l’Italia aveva legalmente riconosciuto, nelle vite funebri di questi particolarissimi migranti, la condizione delicata di chi appartiene ad una categoria sociale discriminata o perseguitata, circostanza non proprio secondaria della quale non si poteva non tener conto. Anche in questa controversa vicenda, invece, siamo stati il paese del giorno dopo. E, a seguito di una inutile e imbarazzante guerriglia nella Capitale, che certifica l’inefficienza dello Stato e la crisi della sovranità della legge in una democrazia rappresentativa, ha tentato di metterci la toppa il solito ministro Minniti, che ha bloccato per il futuro nuove iniziative del genere se non saranno individuate preventivamente alternative abitative per quanti sono la tutela giuridica dello Stato.
Bastava il buonsenso per evitare una violazione così plateale della legalità. E non saremmo passati agli occhi del mondo come il paese che libera l’incapacità di scegliere e decidere in un “azionismo” che evita i conflitti reali, risolvendo ogni cosa con la stupidità della forza, peraltro agìta contro gli ultimi. È così che gli attori istituzionali, anziché accreditarsi come gli antidoti della crisi, diventano essi stessi simboli di un profondo disagio soprattutto politico.
La brutta storia di Roma certifica, inoltre, la minacciosa somiglianza tra il paese politicante e il traballante palazzo che decide. Il disprezzo per le minoranze e la necessità della forza per comprimerle hanno un’area di germinazione comune, la stessa che rifornisce gli attori politici e gli altri istituzionali. La violenza verbale di Salvini, che stende inutili parole ostili e limacciose sulle emarginazioni determinate dalla cultura e dai disequilibri del mondo, sono sovrapponibili alla furia di idranti e manganelli dei poliziotti aizzati da dirigenti inadeguati alle esigenze di una società complessa e cosmopolita. Tali attori sono entrambi al servizio di battaglie pre-politiche, lontane, cioè, dal vaglio della storia civile, nella quale risiedono le conflittualità autentiche. È nella vita dei popoli che spuntano le soluzioni da adottare e i percorsi da inaugurare negli stati di necessità. C’è nella contemporaneità il lungo, luminoso tracciato dei diritti umani, che potrebbe dar vita alla nuova piattaforma sulla quale edificare le responsabilità pubblica e privata che ci mancano. Ma occorrerebbe ritrovare, in una logica di rinnovati equilibri ed esigenze mondiali, una passione civile che abbia come fine la legge. Come è avvenuto per anni, in occasione delle grandi battaglie radicali e libertarie, dal divorzio all’aborto, al finanziamento dei partiti. Oggi i nuovi (falsi) profeti della libertà ad ogni costo, siano essi leghisti o grillini, non hanno a cuore lo stesso spirito e operano in un ambito che precede la politica e non genera coscienza della realtà.
Zoppica, quindi, la democrazia dentro le istituzioni e fuori di esse. C’è una seconda modernità – quella delle idee-guida e del capitale virtuale – che non riesce ad umanizzarsi, restando impigliata nello schema arcaico delle società del reddito e della piena occupazione, retaggio del secolo passato e ancor prima. Il tema riassuntivo, a questo punto, diventa un altro e a renderlo riconoscibile ci pensa un interrogativo: come superare i modelli ottocenteschi e tentare una effettiva globalizzazione dei diritti che non freni ma favorisca le aspirazioni dei paesi poveri ed emergenti? La finanziarizzazione dell’umanità nelle mani di pochissimi attori non predispone ad una risposta concreta e costruttiva. Nelle more, però, potrebbero essere favorite tutele legali sovranazionali. Ad esempio, un tribunale penale internazionale per tracciare nuovi binari del diritto come condizioni della libertà. Settant’anni dopo Yalta, crollata la divisione del mondo in due blocchi, si ricreerebbe, su basi alternative, un luogo civico dove poter vivere, finalmente, una dimensione tendenzialmente liberale. È la richiesta banale, questa, di una sorta di cosmopolitizzazione, di un secondo illuminismo di base, per poterci abituare a vivere unendo tradizioni culturali lontane e avvicinando le diversità. Purtroppo, questa naturale modalità è da noi ancora avvertita come una rivoluzione, perché, nelle istituzioni e nella politica che spesso quotidianamente subiamo, non sono visibili adeguati modelli di riferimento. Grillo, Salvini (con lo speculare specchio ustorio del “riformismo” renziano) e i poliziotti con gli idranti aperti sui rifugiati in fuga disperata sono immagini che vivono nel brodo primordiale di una istintualità arcana, che, purtroppo, è diventata anche cultura di Stato.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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