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Nella trappola della Giustizia, in cerca di vie d’uscita

Nella trappola della Giustizia, in cerca di vie d’uscita

Promosso dall’Associazione Amici di Quaderni Radicali e dalla Università Popolare “Terra Furoris”, sabato 22 settembre alle ore 17, presso la sala Federico Fellini di Furore, in Costiera Amalfitana, si svolgerà un forum sul tema: “La questione giustizia”. Introdurrà il sindaco di Furore, Raffaele Ferraioli. Interverranno il senatore Salvatore Bonadonna, l’onorevole Giuseppe Caldarola, il direttore di Quaderni Radicali Giuseppe Rippa, il procuratore capo della Repubblica di Salerno Franco Roberti, l’on. avv. Vincenzo Maria Siniscalchi, l’avvocato Fabio Viglione. Coordina i lavori, il giornalista Andrea Manzi, direttore editoriale de I Confronti.

di Giuseppe Rippa*

La ‘questione giustizia’ segna una delle tappe più acute di quella che storici e analisti politici hanno definito la “china discendente che l’Italia ha imboccato e dalla quale è sempre più difficile risalire …?” [1].
La risposta non può che essere si. La controproduttività del sistema giustizia è una tremenda e indiscutibile realtà che nel nostro Paese è divenuta un elemento di freno e di disorientamento nel processo di sviluppo e di crescita civile della società, concausa della crisi economica.

“ … Prende nuovo e diverso corpo la questione giustizia che in questi ultimi trent’anni è stata influenzata da interferenze politiche. Lo scontro tra garantismo e giustizialismo vedeva in campo due contrastanti legioni: i garantisti che si richiamavano al principio costituzionale del giudice “ soggetto solo alla legge”; i giustizialisti che si appellavano ad una forzata interpretazione della norma costituzionale per invocare il diritto del giudice a leggere la legge in stretta connessione con l’evoluzione politica e sociale della società. Questa discussione si sta esaurendo perché i pregi ed i difetti delle due interpretazioni producono assoluzioni e condanne in tutte le aree politiche. È in via di esaurimento il sostegno assoluto e acritico di una parte politica ad una tendenza partigiana della magistratura. Bene ha fatto il Presidente della Repubblica a porre la questione giustizia come crisi della giustizia all’interno di una più vasta crisi di sistema.
Ciò vuol dire una cosa semplice: non bastano più le sentenze per modificare le leggi, e le leggi per correggere le sentenze …
” [2].

La questione giustizia riassume in modo emblematico tutto il senso della crisi che il nostro Paese vive. Potremmo dire che è il fronte in cui con maggiore evidenza emerge tutto il senso dell’ambiguità della democrazia fittizia che ha realizzato una condizione di apparente diffuso benessere, dove si è avuta l’illusione di spazi di libertà e di crescita, ma dove è mancata clamorosamente quella cornice politica, culturale, di regole e di legalità che fanno una democrazia moderna. E così che la giustizia può essere definita la radiografia più evidente, ma anche la più deformata degli strumenti di guida politica (consociativi e compromissori, concertativi e elitari) della direzione politica e di potere del Paese, con i caratteri profondi e pervasivi delle culture antirisorgimentali, maggioritarie nel dopoguerra che avevano (e continuano ad avere, a destra come a sinistra), un assetto squisitamente illiberale.

Dunque la questione giustizia divenuta vera e propria questione civile che sempre più si è allontanata dalla vita reale per caratterizzarsi in questione morale, anzi decisamente moralistica.
La corruzione della moralità si chiama moralismo. Il moralismo è la scelta unilaterale dei valori per avallare la propria visione delle cose. Normalmente gli uomini capiscono che, senza un certo ordine, non si può concepire la vita, il reale, l’esistere. Ma come definiscono quest’ordine? Considerando la realtà secondo i vari punti di vista da cui partono, la descrivono nei suoi dinamismi stabili e mettono in fila un seguito di principi e di leggi, adempiendo i quali sono persuasi che l’ordine si crei. Queste parole sono di don Giussani (da “Generare tracce nella storia del mondo” – Rizzoli). E non può non emergere quanto risultino, nell’era di Formigoni, assolutamente stracciate dalla loro – profonda sincerità. Ecco allora che si scandiscono, in ogni epoca, le varie proposizioni analitiche in cui la riflessione distende le sue pretese: “Bisogna fare così e così”. I farisei definivano l’ordine con un numero quasi infinito di leggi: da un certo punto di vista il fariseo è l’uomo affezionato all’ordine, il difensore della morale intesa come quell’ordine affermato e delineato, in quanto possibile all’uomo, secondo tutti i suoi dettagli.
Ma quale è una delle tesi che si sente come la più diffusa oggi?

“Forse più che di guerra si può parlare di guerriglia, ovvero di conflitto asimmetrico, vista la degradante e insidiosa bassezza degli «ordigni» utilizzati: intercettazioni, dichiarazioni in aperto contrasto con la cosiddetta «terzietà del giudice» rilasciate sui giornali, sistematica violazione della privacy (con gli spaventosi costi che questa, tra l’altro comporta…), Csm e Corte Costituzionale che anziché limitarsi alla «nomofilachia», ovvero alla difesa delle leggi, svolgono de facto il ruolo di terza e quarta camera dello stato, spostando giorno dopo giorno il confine delle proprie competenze, in verità tassativamente indicato da leggi e Costituzione” [3].

Il problema delle carceri affollate è il più drammatico e simbolico della catastrofe giudiziaria italiana. I detenuti versano in condizioni di profondo disagio e di irrimediabile sconforto. A volte sono detenuti sottoposti a carcerazione preventiva, e in alcuni casi risulteranno assolti. Altre volte si tratta effettivamente di criminali, che dovranno sì essere reclusi, ma non in condizioni di abbrutimento.
Ogni singolo istituto di pena contiene in media il doppio dei detenuti rispetto alla capienza regolamentare. Alcuni dati, presi dall’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone titolato Carceri nell’illegalità. La torrida estate 2011, possono aiutarci a comprendere l’entità del problema nelle sue dimensioni reali. A fronte di una capienza regolamentare complessiva che al 31 maggio 2011 era di 45.551 unità, le carceri italiane ospitano oggi 67.174 detenuti, dei quali poco più del 50% (circa 37 mila) scontano una condanna definitiva. Gli altri (circa 27 mila) sono in attesa di giudizio.

Numeri tanto eloquenti e alcune sentenze di condanna emanate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nei confronti dell’Italia (famosa la sentenza sul caso Sulejmanovic del 16 luglio 2009, ricorso n. 22653/2003), hanno indotto stampa e televisioni a definire il problema come “emergenza carceri”.
Un tentativo serio per risolvere la questione non può che provenire dall’elaborazione di un piano organico che preveda lo stanziamento dei fondi necessari per la realizzazione di nuovi istituti di pena, per l’incremento del personale penitenziario, per il migliore funzionamento della “macchina” giustizia e per la copertura dei costi di gestione.
C’è la “crisi”? Non ci sono i fondi? Un “sistema giustizia” efficiente ha ritorni economici enormemente maggiori dei costi sostenuti.

I disagi causati dal sovraffollamento incidono negativamente sia sul rispetto dei diritti del detenuto, la cui dignità, pur nella necessaria restrizione della libertà personale, non può essere in alcun modo avvilita dalle condizioni detentive, dalla sporcizia e dalla promiscuità degli ambienti, da trasferimenti illogici che allontanano il detenuto dai familiari; sia sull’intera collettività: l’assenza dei fondi necessari per un miglioramento delle condizioni detentive rende di fatto nullo il principio costituzionale del fine rieducativo della pena, il solo capace di trasformare la reclusione di un criminale in un beneficio per la collettività. Il carcere, oggi, quando non induce chi vi è recluso al suicidio o all’autolesionismo, abbrutisce i bruti e, quel che è peggio, non offre ai volenterosi la possibilità di emendarsi.

“Le prospettive cieche sul problema hanno condotto finora i governi di ogni colore politico ad adottare provvedimenti emergenziali e del tutto inefficaci, ma è solo ragionando sulla questione in termini di problema e non più di emergenza; è solo collegando il tema della diffusione della criminalità con quello altrettanto stringente della “certezza delle pene” (e quindi dell’efficienza del sistema di giustizia); è solo, infine, tornando a considerare il fine rieducativo della pena come una risorsa per l’intera comunità che la politica potrà pretendere di elaborare una risposta degna al problema delle carceri italiane…)[4].
È la stessa enciclopedia Treccani che ci descrive in modo chiaro ad esempio il ruolo e i compiti della magistratura. “… La magistratura italiana ha tradizionalmente presentato un assetto molto simile a quello delle altre magistrature di civil law dell’Europa continentale … “ ma il tentativo di integrare politicamente la magistratura … nel periodo repubblicano comporta una serie di modificazioni istituzionali, accompagnate da mutamenti nei comportamenti dei principali attori presenti nell’arena giudiziaria, ha profondamente alterato il ruolo svolto dalla nostra magistratura. Il risultato di questo processo è stato che oggi la magistratura italiana presenta un assetto istituzionale peculiare, per buona parte diverso da quello che prevale negli altri paesi a regime liberaldemocratico, in qualche modo collegato alla tendenza verso un assetto consensuale che ha caratterizzato, almeno fino ad oggi, il sistema politico italiano.

“ … In primo luogo, i magistrati italiani godono di garanzie di indipendenza, interna ed esterna, più elevate di quelle dei loro colleghi stranieri – afferma Guarnieri nella voce richiamata nella Treccani -. Sia nel processo di reclutamento e socializzazione professionale sia nell’amministrare le garanzie che circondano il proprio status, i giudici italiani, così come i pubblici ministeri, non sono soggetti che a condizionamenti molto limitati e decisamente inferiori a quelli che si possono ritrovare altrove. Infatti, tutte le decisioni che li riguardano sono prese dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), istituito nel 1959 e composto per due terzi da magistrati eletti dai propri colleghi e per un terzo da professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con 15 anni di esercizio professionale eletti dal Parlamento. La tradizionale gerarchia è stata poi completamente smantellata. Una serie di provvedimenti legislativi, assieme all’interpretazione che ne è stata data dal CSM, ha reso le promozioni, che pure rimangono formalmente previste, di fatto automatiche nel senso che “il semplice soddisfacimento dei requisiti di anzianità previsti dalla legge è divenuto il solo criterio che regola lo sviluppo della carriera dei magistrati” (v. Di Federico, 1978).
Perciò, la magistratura italiana non è soggetta ai controlli esterni che, nonostante le critiche, sopravvivono ancora in Francia, il paese che è rimasto più fedele al tradizionale modello burocratico-gerarchico e quindi ad una magistratura fortemente condizionata dall’esecutivo. Gode poi di maggiori garanzie di quella tedesca, sottoposta anch’essa in una certa misura all’influenza dell’esecutivo e del legislativo. Inoltre, il reclutamento dei giudici italiani, al contrario di quanto avviene nei paesi di common law, risulta completamente sottratto ad ogni intervento istituzionale da parte dell’ambiente politico [5].
Della questione giustizia la più clamorosa rappresentazione del suo fallimento dicevamo è il problema delle carceri. Nove milioni di processi pendenti di cui più di duecentomila vanno in prescrizione. Una vera e propria amnistia di classe e, come ripete Marco Pannella, le prigioni sono delle vere e proprie discariche sociali per le classi meno abbienti, con le stesse prescrizioni che sono appannaggio dei più ricchi e in grado di difese arcigne oltre che costose.
La quotidiana violazione dei diritti umani, la flagranza permanente di reato, pone lo Stato Italiano oltre la civiltà giuridica…

Achille Battaglia, definito giurista militante, collaboratore del Il Mondo di Pannunzio e grande avvocato e uomo di grande cultura storica e politica, che viene ricordato come persona che ha svolto un’assidua opera di difesa dei diritti costituzionali comuni, dei diritti di libertà, del diritto alla verità dell’informazione e alla trasparenza dell’esercizio di ogni potere scriveva, proprio si Il Mondo del 15 settembre 1953, su Il giudice responsabile: “ … Quale è il limite della cosiddetta immunità del giudice nell’esercizio delle sue funzioni? È evidente che un limite a questa immunità debba esistere, e debba essere rigorosamente difeso. Se ciò non fosse (se nel nostro ordinamento giuridico esistesse una categoria di funzionari costantemente coperti da irresponsabilità privilegiata, cui fosse lecito violare i doveri del proprio ufficio, e la legge comune, senza dover rispondere né dell’illecito che compiono, né del danno arrecato), la democrazia sarebbe finita, e saremmo già pronti per un regime di mandarinato.
Un limite dunque esiste, ed è certamente stabilito dalla legge. Ma sta di fatto che, ogniqualvolta ci si azzarda a censurare una sentenza aberrante o un provvedimento giudiziario, e a chiedere che il giudice sia chiamato a rispondere, in qualche modo, del suo operato, si levano subito alte grida contro questa innocente pretesa, come se essa costituisse un attentato alla libertà e alla indipendenza della magistratura! E perché mai? E che rapporto c’è tra la «indipendenza» dei giudici e la loro «irresponsabilità», o, come può anche dirsi, tra il loro diritto di non rispondere “«al governo» del proprio operato, e il loro diritto di non rispondere, uti singuli, al «privato cittadino».
Se un rapporto c’è, oso dire che è proprio l’opposto di quello che comunemente si crede. I governi dittatoriali, infatti, hanno sempre bisogno di giudici proni e servili, ma, nello stesso tempo, son sempre pronti a coprirli, per i propri fini, della più larga immunità; e, all’opposto, i regimi liberi si fondano bensì su una magistratura indipendente, ma, se vogliono vivere, debbono renderla «responsabile» …”.

Il conflitto d’attribuzione con la procura di Palermo sollevato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è esploso improvviso ma forse non imprevisto, proprio per l’intreccio che caratterizza il nostro quadro istituzionale prodotto dalle culture consociative e corporative. “Contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, il problema non è nella legittimità da parte degli inquirenti di ricorrere alle intercettazioni per le loro indagini. Il problema sta nell’uso che è stato fatto a livello mediatico della notizia che agli atti figurava anche la registrazione di una conversazione di Napolitano. Il gioco delle mezze rivelazioni, delle dichiarazioni rilasciate con sorrisi a mezza bocca o delle allusioni circa la rilevanza o meno dei contenuti di tali conversazioni: è tutto questo che ha posto oltre il limite l’azione della Procura, tanto da spingere anche una persona cauta e attenta alle distinzioni di ruolo come Napolitano, ad intervenire” [6].
A questo punto la domanda è soprattutto una: può l’Italia, l’Italia delle istituzioni e della politica, accettare che il capo dello Stato sia indebolito nelle sue prerogative e via via svuotato, non tanto dei suoi poteri, quanto della sua capacità di rappresentare il punto di equilibrio del sistema? – si interroga Stefano Folli.
Mancano dieci mesi alla fine del mandato del presidente della Repubblica e la questione si delinea nella sua gravità. Come è evidente a tutti, il ruolo del Quirinale è cresciuto negli anni, ma in particolare è diventato essenziale nella seconda parte del mandato di Napolitano. Un ruolo decisivo in politica interna e anche in politica estera. Può non piacere, ma è così: man mano che il sistema dei partiti si avvita nella sua crisi senza uscita, si è afferma il baricentro del Quirinale. Una ennesima conferma della crisi profonda delle nostre istituzione figlie di una cultura politica che si nutre di ricatto e di pressioni indirette. Siamo di fronte al cortocircuito della rappresentanza democratica che caratterizza oramai il nostro Paese: parlando con chiunque, in treno, in aereo o in coda all’ufficio postale, ci si accorge che esiste una questione legale aperta in ogni famiglia e che la percezione dell’inefficienza del sistema assume le dimensioni del fatto notorio. Nella rappresentazione mediatica, al contrario, il tema è ridotto ad immagine e somiglianza del tifo calcistico, quasi che l’Italia si dividesse davvero nelle fazioni dei tifosi delle procure e dei tifosi (ancora) di Berlusconi. A causa di questa rappresentazione falsa ed artificiale delle opinioni dell’elettorato figlie della spettacolarizzazione mediatica delle vicende giudiziarie, il sistema politico ha progressivamente perso di vista le dinamiche di ciò che si muove nel profondo della società, con l’effetto di sottorappresentare opzioni tutt’altro che irrilevanti.
“L’elettorato di sinistra, in particolare, è variegato quanto ad opinioni sui temi della giustizia, così come in altri campi e non ha in Marco Travaglio (che di sinistra non è mai stato) l’unico ideologo. Si badi bene, nessuno può negare l’esistenza in Italia di una pubblica opinione di sinistra, più che legittima, che si riconosce nelle tesi giustizialiste della magistratura associata.
Ciò che, tuttavia, manca o è insufficiente nella sinistra di oggi, è la riconoscibilità di un’opzione politica alternativa di impronta garantista. Il semplice fatto che definirsi garantista a sinistra obblighi a specificare che ciò non significhi aderire alle ardite tesi dell’on.avv. Niccolò Ghedini illustra la fatica a superare gli oltre tre lustri di guerra mediatica. …
Sarebbe interessante se qualcuno, a sinistra, avesse il coraggio di raccoglierla, sfidando in campo aperto i molti luoghi comuni sedimentati nel corso degli anni, a cominciare dall’idea che i reati meglio si perseguano abbassando il livello delle garanzie individuali.
Anche perché sono milioni gli italiani che hanno avuto modo di entrare nei tribunali ed è diffusa la sensazione, non solo tra gli addetti ai lavori, che il sistema, così come è oggi, volendo tutto regolare e tutti perseguire, non sia in grado di tutelare i deboli e faccia il gioco dei forti. La presunzione di non colpevolezza, oltre che principio costituzionale, è criterio di civiltà e la sua attuazione piena dovrebbe fungere da vero filtro delle imputazioni azzardate, quelle imputazioni che, se protratte nel tempo anche contro l’evidenza, comportano costi economici rilevanti, senza contare la tragedia delle vite rovinate senza possibilità di pieno risarcimento.
“Se tutti sono presunti colpevoli, alla fine nessuno è veramente colpevole e i reati rimangono sulla carta. Una sinistra seria dovrebbe fare i conti con questi concetti basilari. L’elettorato di sinistra, specie dopo la caduta dell’alibi del “così si fa il gioco di Berlusconi” è secondo me pronto ad accogliere un’opzione intellettuale chiara e dichiaratamente garantista. Quello che manca ancora è un leader, un punto di riferimento per chi, da posizioni riformiste, non si accontenti della semplicistica analisi della società che proviene dal gruppo editoriale “L’Espresso” e dalle propaggini salottiere dei circoli di “Libertà&Giustizia”, oggi autorappresentazione del pensiero unico della sinistra. Non so dire se una posizione garantista sarebbe numericamente maggioritaria a sinistra nel breve periodo; certamente avrebbe il merito immediato di arricchire un dibattito stanco oltre che anacronistico [7].
Ma una azione riformatrice presuppone una solida volontà politica e, come dice Isaac Asimov “ … è la transizione che crea problemi”. In particolare in una situazione paralizzata come quella italiana….

[1]“ … Non è solo questione della crisi che ha colpito l’intera economia mondiale …. Stanno venendo al pettine molti nodi che abbiamo stretto in passato, vuoi sotto forma di mancate riforme (… riforma della Costituzione o della Magistratura, ma c’è da sbizzarrirsi entro un vasto campionario), vuoi sotto forma di grandi scelte politiche sbagliate – dalle privatizzazioni (autentiche svendite fatte sotto costo da governi compiacenti ad alcuni privati …) alla costruzione di un sistema di welfare organicamente fondato sul debito pubblico … (Pensare l’Italia di Ernesto Galli della Loggia e Aldo Schiavone – Einaudi editore).
[2] Rino Formica su Critica Sociale del 25 Luglio 2011.
[3] Francesco Natale Questione giustizia: serve una svolta.
[4] (Simone Arseni www.europaoggi.it – quindicinale della omologa associazione che si definisce di ispirazione cattolico-liberale).
[5] (Magistratura – Enciclopedia delle Scienze Sociali (1996) di Carlo Guarnieri).
[6] Luigi O. Rintallo Agenzia Radicale 16 luglio 2012.
[7] (Carlo Bragaglia Giustizia, è finito il tempo delle tifoserie. Anche a sinistra Libertiamo 18 aprile 2012)

(*) Editoriale del n. 108 (speciale agosto 2012) di Quaderni Radicali rivista bimestrale

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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