Nella voce di Dolores il mormorio del vento

Nella voce di Dolores il mormorio del vento
di Leonardo Guzzo

Se hai la fortuna di avere successo ci sono due volte in cui sei sul tetto del mondo: quando tutti i tasselli vanno a posto e quando muori. In mezzo ci sono per lo più fatica, invenzioni, pene e piaceri, bracciate per stare dentro la corrente. C’è la vita che nessuno sa, che appartiene a chi la vive e si capisce solo attraverso i suoi occhi.
doloresDolores O’ Riordan, cantante della band Cranberries e protagonista del rock di fine millennio, ha ricevuto l’ultima chiamata in proscenio lo scorso 15 gennaio. Morte improvvisa e “senza sospetti”, secondo il rapporto della polizia, che apre uno squarcio sulla complessa personalità di un’artista eccezionale quanto tormentata. L’insidia della depressione, il difficile fardello di un disturbo bipolare, le contraddizioni di una carriera in chiaroscuro hanno prevalso per l’attimo che bastava, precipitando milioni di fan in tutto il mondo nel cordoglio riservato alle icone autentiche. Dolores – nome irregolare come il viso, spagnola e irlandese, modi gitani, tratti di Celti e di elfi – si era presa la ribalta più di vent’anni fa, per via di un talento puro, a ritmo di salmodia. Proclamava, profetava con la forza di una bruciante innovazione sonora; nella sua arte c’era l’Irlanda del muschio e dei bardi, l’umido delle paludi, vapore evanescente e rugiada rappresa, polpa tenera in fondo a un abisso di catrame. C’era il mormorio del vento, vento di terra, folate a fior d’acqua verso il largo.
Succedeva a metà degli anni Novanta. Più della martellante, truculenta “Zombie” (dedicata ai fantasmi dei martiri irlandesi che agitavano le coscienze degli inesausti, fanatici, anacronistici patrioti), più della struggente “Ode to my family” (che parlava di radici con un vago rancore) nel mio stereo girava fino a consumarsi il nastro di “Dreams”. Il brano perfetto per un adolescente, a pensarci. La canzone che dice tutto quello che vorremmo dire a un sogno. “Have my heart or don’t hurt me”.
Sappiamo bene che non è possibile. Forse neppure giusto. Che un sogno ci prenda il cuore senza farci male. Sappiamo che esiste un momento per cavalcare la cresta e un altro, invece, in cui si sta a piangere nella pancia dell’onda. Sappiamo ora (lo sapevamo allora da un canto) che il sogno, come la vita, ha le frequenze tremule di una voce rotta, estatica.

redazioneIconfronti

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