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Nell’Italia delle disuguaglianze mille euro al mese di pensione

Nell’Italia delle disuguaglianze mille euro al mese di pensione
di Barbara Ruggiero

Se potessi avere mille euro al mese! Reciterebbe più o meno così oggi la canzone di Gilberto Mazzi del 1939. Allora mille lire al mese consentivano di vivere una vita tranquilla. Oggi soprattutto con gli aumenti esponenziali delle tasse, anche i mille euro al mese non consentirebbero il massimo della tranquillità.
Ciò che più pesa, però, è che oggi, in Italia, per più del 52% dei pensionati Inps, il reddito pensionistico non supera i mille euro al mese. Non se la passano meglio gli ex coltivatori diretti, con una pensione che non va oltre i 480 euro al mese.
Stando a quanto si legge nel Bilancio sociale dell’Inps, più di 7,2 milioni di persone percepiscono una pensione inferiore ai mille euro al mese.
«Nella distribuzione per classi di importo – si legge nel Bilancio sociale dell’Inps – il 52% dei pensionati Inps (pari a 7,2 milioni di individui) presenta redditi pensionistici inferiori a 1.000 euro mensili e il 24% (pari a 3,3 milioni di persone) si colloca nella fascia tra 1.000 e 1.500 euro mensili. Il 12,7% riscuote pensioni comprese tra 1.500 e 2.000 euro mensili e il restante 11,2% gode di un reddito pensionistico mensile superiore a 2.000 euro».
I titolari di almeno un trattamento pensionistico Inps nel 2011 sono 13.941.802, in maggioranza donne (54%). Circa il 74% (pari a 10,3 milioni di individui) percepisce una sola pensione a carico dell’Istituto, poco più del 21% ne percepisce due, il 5% tre ed oltre.
Il reddito pensionistico medio lordo, risultante dalla somma dei redditi da pensione (sia di natura previdenziale che assistenziale) percepiti nell’anno, erogati sia dall’Inps che da altri enti previdenziali e rilevati dal Casellario centrale dei pensionati gestito dall’Istituto, è di 1.131 euro mensili (per le donne 930 euro medi mensili a fronte di 1.366 euro per gli uomini).
Oltre la metà dei pensionati (52%) riceve una pensione di vecchiaia o di anzianità senza godere di altri trattamenti pensionistici, percentuale che scende al 10% e al 5% rispettivamente per pensioni ai superstiti e di invalidità previdenziale. I percettori di sole pensioni assistenziali sono l’11% del totale. Un ulteriore 10% e 12% si distribuisce tra coloro che ricevono, rispettivamente, un trattamento previdenziale associato ad una prestazione assistenziale ovvero più trattamenti di natura previdenziale. Sotto il profilo dell’età, oltre il 75% dei titolari ha 65 anni e oltre (gli ultra80enni sono il 25%) e il 22% circa si colloca in una fascia compresa tra i 40 e i 64 anni. Inoltre, quasi la metà dei percettori (6.915.733) si concentra nelle regioni settentrionali, mentre nel Meridione e al Centro risiedono, rispettivamente, il 31% (4.292.312) ed il 19% (2.733.757) del totale con redditi pensionistici medi che oscillano da 920 euro mensili al Sud a 1.238 euro al Nord.
Alla già difficile situazione economica della maggior parte dei pensionati italiani, si aggiungono dati della Coldiretti sulle pensioni dei coltivatori che sono altrettanto critici: in Italia più di 800 mila pensionati coltivatori diretti “guadagnano” 480 euro al mese e stanno vivendo un periodo estremamente difficile. Il dato emerge da un’analisi di Federpensionati Coldiretti a commento del bilancio sociale dell’Inps: «I nostri pensionati – spiega il presidente di Federpensionati, Antonio Mansueto – comprendono la difficile situazione del Paese, ma non possono tacere sull’insostenibilità sociale della situazione dei coltivatori pensionati e delle loro famiglie, sulle quali si vanno sempre più scaricando i disservizi e le insufficienze dell’intervento pubblico».
Immediato il commento del Codacons ai dati resi noti dall’Inps: bisogna bloccare la rivalutazione solo di chi prende più di 55.000 euro all’anno.
«Aver bloccato le rivalutazioni delle pensioni sopra 1.405 euro lorde, come se si trattasse di milionari – ha scritto l’Associazione dei consumatori in una nota – è a dir poco vergognoso, specie se poi si infiammano i prezzi con aumenti delle accise e dell’Iva».
«Queste pensioni da fame – afferma il Codacons – andrebbero adeguate al reale aumento del costo della vita dei pensionati e non aggiornate all’inflazione media delle famiglie italiane, considerato che un pensionato ha molte più spese obbligate rispetto agli altri e che concentra la gran parte delle spese in alimentari e abitazione. Dal 2002 ad oggi i pensionati hanno avuto un’inflazione almeno doppia rispetto a quella ufficiale, perdendo sempre più potere d’acquisto. Ecco perché il Governo dovrebbe smetterla di voler risanare i conti pubblici intervenendo sempre sulle pensioni, salvo si tratti realmente di benestanti che guadagnano oltre la penultima aliquota Irpef, ossia oltre 55.000 euro. Solo per loro si può immaginare un parziale blocco della rivalutazione».

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