Nervi tesi tra i partiti per la data delle elezioni

Nervi tesi tra i partiti per la data delle elezioni

Duro scontro tra Pdl e Pd, con minacce anche alla tenuta del governo, dopo l’indicazione arrivata ieri dal ministero dell’Interno della data delle elezioni in Lombardia, Lazio e Molise per il 10 e 11 febbraio prossimi. Il segretario del Pdl Angelino Alfano, che nel primo pomeriggio vede Silvio Berlusconi, parla di «errore grossolano e madornale» e sottolinea che «il governo ha tempo fino a venerdì per rimediare» o «valuteremo nel week end il da farsi».«Invito Alfano a non fare il lavoro del Presidente della Repubblica. Ce n’è già uno e lo fa benissimo», replica il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Senza schierarsi con il Pdl, fanno comunque da sponda Lega, Udc e Fli, che ritengono giusto seguire la strada dell’election day. Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini si incontrano e non nascondono di essere «molto preoccupati» da una prospettiva che comporterebbe di fatto una lunga campagna elettorale di quattro mesi e il conseguente rischio di una paralisi dell’attività di governo e parlamentare. La Lega invece propone un emendamento alla legge di stabilità in cui è previsto, grazie all’election day, un risparmio di cento milioni di euro. Nessuna reazione, per ora, dal presidente del Consiglio Mario Monti, impegnato ad Algeri per il vertice italo-algerino. A quanto si apprende, a palazzo Chigi si resta fermi all’indicazione venuta ieri dal Viminale, ma questo non esclude che nei prossimi giorni l’argomento possa essere approfondito dal presidente del Consiglio, per esaminare le varie ipotesi sul tappeto di cui si è discusso e si continua a discutere: lasciare separate le due consultazioni elettorali; accorpare in un’unica data le politiche e le regionali nell’election day. Valutazioni che saranno sul tavolo di Monti nelle prossime ore e che già oggi potrebbero essere state oggetto di colloquio con il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, anche lei nella delegazione del governo italiano presente in Algeria. Fondamentale, naturalmente, il parere del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, visto che l’eventuale scelta dell’election day passa per lo scioglimento delle Camere, prerogativa appunto del Capo dello Stato. L’argomento era stato affrontato già nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri: sul tavolo c’erano però solo questioni “tecniche”. Ovvero da un lato l’esigenza di risparmiare sui costi e dunque procedere ad un accorpamento generale, dall’altro la necessità di restituire alla normalità democratica la gestione di due Regioni fondamentali come Lazio e Lombardia. E in quel caso l’orientamento di Monti era quello di prediligere i risparmi, anche se poi si decise di prendere tempo. Poi l’accelerazione, con la sentenza del Tar che ha imposto al Lazio il voto nei primi mesi del 2013, e la conseguente decisione della Cancellieri di indire l’election day “regionale” il 10 febbraio che ha scatenato le ire del Pdl. Ma ovviamente ora sul tavolo entrano in gioco questioni decisamente più politiche. E dunque anche la valutazione di rinviare l’election day regionale, a maggior ragione se il Consiglio di Stato dovesse accogliere il ricorso di Renata Polverini contro la sentenza del Tar. Per ora, la prima preoccupazione di Monti è che si conduca in porto la legge di stabilità nel modo più sereno possibile. La seconda è capire come i mercati reagirebbero ad un’accelerazione della fine dell’esperienza del governo tecnico. C’è poi il capitolo legge elettorale: in sintonia con Napolitano, più volte il premier ha sottolineato l’importanza di un sistema di voto che desse garanzie agli osservatori internazionali, richiamando proprio le parole del Presidente della Repubblica. Ora la posizione di palazzo Chigi è che «la legge elettorale non dipende da noi, a meno che i partiti non ci chiedano una mano». Ma c’è anche chi, in Parlamento, immagina un Monti più che interessato ad un sistema di voto che “favorisca” un suo bis. L’unica certezza, spiegano da palazzo Chigi, è che il Consiglio dei Ministri di venerdì «non è chiamato a decidere alcunchè». Tecnicamente, infatti, basta una direttiva del Viminale ai prefetti di Milano e Campobasso per tornare indietro dalla decisione di votare il 10 febbraio, mentre per la data delle politiche – si ribadisce – la scelta spetta unicamente al Colle: «Ci atterremo alle determinazioni del Capo dello Stato». Ovviamente sempre che il Parlamento non ritiri prima la fiducia al Governo.
Non c’è nessun motivo plausibile per un voto anticipato. Basta riportare le poche frasi contenute in una nota del Quirinale di pochi giorni fa, per capire quale sia la linea del Colle di fronte alle fibrillazioni della “strana maggioranza”. «Negli ambienti del Quirinale non si coglie il senso del parlare a vuoto di elezioni anticipate non essendone presentate le condizioni e non emergendo motivazioni plausibili», si leggeva nel testo diffuso lo scorso 3 novembre dopo giorni in cui si erano rincorse voci sull’interesse di alcune forze politiche (Pdl e Udc) ad anticipare le elezioni politiche a febbraio.

m.amelia

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