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Niger, la guerra inevitabile

Niger, la guerra inevitabile
Algebre, di Rino Mele

La repubblica del Niger si trova stretta tra la Nigeria a sud e l’Algeria e la Libia. Un immenso altopiano desertico interrotto dall’alto massiccio dell’Aïr (a sud diventa sabbioso deserto verso la valle del fiume Niger). È stata colonia francese fino al 1960. Il paese, ricco nel sottosuolo sfruttato da altri, è poverissimo tanto che la mortalità infantile raggiunge il 60 per cento. Qualche giorno fa, la nostra Camera dei Deputati ha approvato un intervento armato per la pace contro il terrorismo e il traffico di esseri umani nella Repubblica del Niger – che ne aveva fatto richiesta a dicembre – dove sono già truppe francesi e americane. Lavoriamo contro la guerra e con le armi facciamo le nostre prove di guerra in mezzo mondo, li chiamiamo “interventi”, come le operazioni chirurgiche.

Rino Mele

Rino Mele

Cambiano le parole come fosse un problema di astratta teologia. La guerra è figura che si ripete ed è difficile da decifrare: qualsiasi intervento per razionalizzarla la riproduce e moltiplica. In Niger andranno 470 soldati, inizialmente 120. Porteranno con loro 130 mezzi di terra e due aerei. Come in Libia, la missione ha soprattutto il compito del controllo dei confini per bonificare la rotta dei migranti dalla rivoltante azione degli sfruttatori (ed è giustissimo), ma anche per impedire la stessa migrazione. Questo è il nodo dell’inevitabile contraddizione e in questo nodo l’Italia s’è cacciata già con la presenza in Libia rischiando di aumentare – con formali buone intenzioni – lo strazio dei poveri. Proprio da un paese sul confine col Niger, sette anni fa, nel 2011, un ragazzo di quindici anni, Lucky Ehi Akehomen, un “cristiano cattolico scampato al massacro dei suoi correligionari” tentò la sua fuga. Dalla Nigeria verso l’utopia, quel luogo inconosciuto, libero, che lui identificava col Mediterraneo, con l’Europa. Ha impiegato quattro anni, passando per la trafila impudente e oscena della malavita, dei ricatti, costretto a conoscere il deserto, il fuoco freddo della violenza. Ora è arrivato in Italia e un artista, Fabio Viale, gli ha chiesto di partecipare a una sua installazione nella Galleria Poggiali di Milano (ne parla oggi, lunedì 22, il “Corriere della Sera”): l’artista ha riprodotto la Pietà di Michelangelo (1499) della Basilica di San Pietro, priva però del corpo morto del figlio che lei regge sulle braccia aperte. In quell’incavo il corpo nero di Lucky trova pace esattamente come quello di Cristo.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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