Mer. Giu 26th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

No alle feste ma solo se sono fonte di illegalità

4 min read
Per avvicinarci al fenomeno religioso non c’è di meglio che leggere alcuni passi de La città di Dio di Agostino: “Lo stesso termine “religione” – scrive Agostino – sembrerebbe indicare in maniera più precisa il culto di Dio, e perciò con esso i nostri traduttori hanno reso il greco ‘thrēskèia’”(X, 1,3) . Ora <em>thrēskèia</em> vuol dire “rito”, “cerimonia”, “culto”, “pietà”; “thrēskeuo” vuol dire “venero”, “onoro di culto divino”. Quindi un primo elemento caratteristico della religione è il culto reso a Dio, sia nel senso interiore di venerazione, devozione, pietà; sia nel senso esteriore di cerimonia, rito.
Pino Cantillo
di Pino Cantillo

Pino CantilloPer avvicinarci al fenomeno religioso non c’è di meglio che leggere alcuni passi de La città di Dio di Agostino: “Lo stesso termine “religione” – scrive Agostino – sembrerebbe indicare in maniera più precisa il culto di Dio, e perciò con esso i nostri traduttori hanno reso il greco ‘thrēskèia’”(X, 1,3) . Ora thrēskèia vuol dire “rito”, “cerimonia”, “culto”, “pietà”; “thrēskeuo” vuol dire “venero”, “onoro di culto divino”. Quindi un primo elemento caratteristico della religione è il culto reso a Dio, sia nel senso interiore di venerazione, devozione, pietà; sia nel senso esteriore di cerimonia, rito. In un passo di poco successivo (X, 3, 2 ) Agostino scrive: “[Dio] è la fonte della nostra felicità , il fine di ogni nostra aspirazione. Eleggendo quindi Dio, o piuttosto rieleggendolo (da cui verrebbe il termine religione) avendolo perduto per negligenza, tendiamo a Lui col nostro amore [… ] Il nostro bene infatti […] non è altro che quello di unirci a Dio”. Qui Agostino fa riferimento alla etimologia che del termine “religio” ha dato Cicerone nel De natura deorum facendolo derivare dal verbo “relĕgo-relegĕre” e quindi mettendolo in relazione con l’atto del “considerare diligentemente le cose che concernono il culto degli dei”. Tuttavia lo stesso Agostino nel passo sopra ricordato (X,1,3) fa osservare che in latino “si parla di religione anche nel caso di consanguineità, parentela ed altri vincoli”. Con ciò anche se non lo dice, sembra alludere ad un’altra derivazione del termine “religio” che è invece affermata da Lattanzio nelle Divinae institutiones , vale a dire dal verbo “religo-religāre”, che vuol dire “legare”, “vincolare”, “fermare”, “assicurare”, per cui la religione indica “il vincolo di pietà che ci unisce a Dio”. E certamente la religione è essenzialmente relazione con Dio, concepito come il Padre o come la Trinità, o anche in termini più razionali come l’Assoluto, come l’Infinito.
Ma se svolgiamo la definizione di Lattanzio seguendo il nucleo essenziale della religione cristiana, che stringe insieme l’amore di Dio con l’amore del prossimo, nel senso del Sermone della Montagna, acquistiamo anche il significato di “religio” come vincolo d’amore, comunione, comunanza. L’elemento del legame interiore con Dio, l’elemento del culto interiore ed esteriore di Dio si unisce con l’elemento del legame dei credenti tra loro e per estensione del legame tra gli uomini in quanto uniti dalla comune filiazione da Dio.
Questo, per dire che il fenomeno religioso – anche quando ha al suo centro la mistica, vale a dire la relazione puramente spirituale, interiore, con Dio, oppure la fede in Dio fondata sul sentimento del legame con l’Infinito, con l’Assoluto, o anche sulla certezza della presenza della ragione divina nella ragione finita dell’uomo – non può mai fare a meno degli elementi del culto e della comunità.
Perfino nella religione nei limiti della pura ragione di Kant il nucleo razionale della religione, che consiste nel rispetto della legge morale e nel riconoscimento dell’esigenza razionale dell’esistenza di Dio come fondamento del Sommo Bene, si iscrive come un cerchio ristretto in un cerchio più ampio, che è quello della religione rivelata e implica l’esistenza di una comunità e la pratica del culto. Non vi è quindi un’autentica religione che non si situi nell’elemento oggettivo della storia, a cui riportano la rivelazione, la comunità e il culto.
Da questo punto di vista anche le forme più alte, più moralizzate, più spiritualizzate di religione, si ricollegano in qualche modo alle forme più semplici e naturali di religione, legate ai riti, alle feste, ai miti, alla presenza di quel mondo magico su cui ha scritto pagine indimenticabili Ernesto De Martino. Come pensare l’essere cristiani senza la messa, senza l’eucaristia, senza l’assunzione dell’ostia o del pane e del vino , che “rappresentano” ( cioè rendono presenti, attuali) il sangue e il corpo di Gesù?
Perciò, allargando il discorso, le feste religiose quando sono espressioni della partecipazione della comunità dei fedeli, nei diversi gradi della loro esperienza culturale e intellettuale, conservano il loro valore anche in un mondo dominato dalle conoscenze e dalle tecniche. La festa religiosa è l’aspetto dell’oggettività del culto ed è il luogo in cui il mondano si intreccia col divino. Anche come sopravvivenza del mondo mitico è, può essere, fonte di elevazione, perfino, anzi per lo più, in modo inconscio. Anche il portatore della statua del santo (penso a San Matteo), o il cullatore del giglio o della barca di San Paolino, può sentirsi, nel momento dello sforzo, tutt’uno col santo, e attraverso il santo col divino.
Ma anche tutto il lavoro, l’impegno per la preparazione della festa può assumere un carattere di devozione e di culto e sicuramente l’insieme delle attività connesse con la festa hanno una forte funzione socializzante. Che poi nella organizzazione o nella gestione delle feste patronali, o della feste parrocchiali, si possa insinuare la speculazione o addirittura la malavita è una questione contingente, che dovrebbe essere attenta cura, rigoroso impegno delle istituzioni ecclesiastiche in primo luogo, ma parimenti delle istituzioni pubbliche, dei cittadini e dei fedeli, di impedire. Certo, se il culto, in questo caso la festa, diventa “contraddizione”, fonte non semplicemente di peccato, ma di “strutture di peccato”, di illegalità, è chiaro che va sospesa. Ma una tale estrema decisione non può diventare una regola, perché senza culto e senza partecipazione comunitaria – quindi anche senza la festa, che in molti casi è la forma popolare, più facilmente percepita, di culto e di partecipazione – la religione muore, divenendo insipida e vaga religiosità; e ad un tempo declina anche il tessuto sociale, la vita della comunità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *