Noi, figli della luce che salva e rinnova

Noi, figli della luce che salva e rinnova
di Michele Santangelo

4-QuaresimaIn tutto il percorso quaresimale, la riflessione sulla fede la fa da padrone e i brani di sacra scrittura che la liturgia domenicale sottopone alla considerazione dei credenti sono funzionali a far comprendere come essa sia capace di dare senso a tutte le realtà terrene, finalizzandole al conseguimento della salvezza. In fondo credere è sempre una continua scommessa tra ciò che nella vita si presenta con i caratteri che ci appaiono attraverso il filtro che si è costruito giorno per giorno nelle scelte quotidiane dettate solo da esigenze puramente terrene, magari legate ad avidità, capriccio o, peggio ancora, vizio e ciò che, invece, apparirebbe se ad illuminare le nostre scelte fossero “ogni bontà, giustizia e verità”, come suggerisce S. Paolo.

In questa quarta domenica di quaresima, chi si reca in chiesa per partecipare alla celebrazione della messa, soprattutto dove si presta la dovuta attenzione alle prescrizioni liturgiche che spesso, o per una malintesa semplificazione o per ingiustificata frettolosità, vengono disattese, impedendo ai partecipanti di cogliere significati e simbolismi molto ricchi, noterà che il colore dei paramenti è il rosa che stempera in qualche modo quello violaceo caratteristico del periodo; inoltre il celebrante apre la cerimonia con un solenne invito alla gioia: “Rallegrati Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite…” È l’invito a pregustare la gioia pasquale per la risurrezione di Cristo; ma con questo c’è anche la pressante esortazione di S. Paolo: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà”, come dire: abbandonate ogni pigrizia, ogni torpore, ogni accidia del corpo e dello spirito per  far posto alla luce della Risurrezione, ormai imminente. Già, la LUCE. Altra parola chiave che entra prepotentemente in campo con l’episodio della guarigione del cieco nato raccontato  dall’evangelista Giovanni. Domenica scorsa, alla fine del breve ma intenso itinerario di fede percorso dalla samaritana e offertole da Gesù con il discorso dell’ACQUA che disseta per sempre, essa riconosce il Messia; qui, al cieco nato, che da sempre era stato avvolto dalle tenebre fisiche, Gesù offre un bene inestimabile, la luce degli occhi; ma anche questa, per quanto preziosa e insostituibile, diventa veicolo di un’altra luce, che non rischiara solo il mondo esterno, ma soprattutto il cuore e la mente, insomma l’anima, e gli occhi del poveretto si aprono alla salvezza: “Io credo, Signore”.

Come nella vicenda della samaritana, anche qui la maturazione della ferma professione di fede non è un fatto improvviso, ma si pone alla fine di un percorso nel quale il cieco è guidato da Gesù stesso. Egli prima ne scopre l’identità puramente umana: è un uomo chiamato Gesù, poi lo definisce un profeta, poi un inviato di Dio, infine i veli delle apparenze si squarciano completamente ed arriva  l’illuminazione decisiva: “Io credo, Signore”. I giudei, invece, avviluppati e resi ciechi dalla loro sicumera non si soffermano neppure sul profondo mutamento della condizione umana del cieco, arrivando perfino ad accusarlo di bestemmia e a coprirlo di ingiurie. La pretesa di sapere tutto fa da ostacolo perfino al dono di Dio, qualunque esso sia, anche quello della fede. Spesso capita che ci si lasci guidare ciecamente dalla razionalità, come se fosse l’unico criterio di verità, perfetta, sicura, autosufficiente, mentre – è esperienza quotidiana – spesso si rivela un abbaglio, non essendo capace di andare oltre le apparenze. Sulla base di queste, Davide non sarebbe mai diventato re. Egli, il più piccolo della famiglia di Iesse, senza prestanza fisica, lontano dalla famiglia a pascere il gregge, a differenza di quello sul quale aveva messo gli occhi il profeta Samuele, Eliab, bello anche di aspetto, oltre che imponente fisicamente. Ma “L’uomo guarda l’apparenza, dice Dio a Samuele, (prima lettura) il Signore guarda il cuore” ed in esso  egli sa riconoscere i valori che sfuggono all’occhio umano. Ai cristiani, al momento del battesimo è stata donata la luce della fede simboleggiata dalla candela accesa al cero Pasquale, simbolo del Cristo risorto. Il loro compito è quello di custodirla ed alimentarla con le opere: “Comportatevi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto”, “Comportatevi come figli della luce”. La fede è luce che illumina la mente e riscalda il cuore rendendolo sensibile ai bisogni dei fratelli. Ed è attraverso essa che chi ha scelto e sceglie continuamente la luce di Cristo riesce ad essere così luminoso da smascherare le illusorie apparenze di tante realtà umane che si incrociano nel cammino della vita. È così che si diventa graditi a Dio e utili ai fratelli.

(www.iconfronti.it)

redazioneIconfronti

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