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Noi, testimoni di speranza

Noi, testimoni di speranza
di Michele Santangelo

6 Dom di Pasqua ACi eravamo quasi abituati, in queste domeniche che  sono seguite alla celebrazione della Pasqua del Signore, a vivere in compagnia di un Gesù particolare, il Risorto, che con le sue apparizioni saltuarie ai discepoli, cercava di mantenere vivo nel loro animo il ricordo di Sé, ma anche di convincerli che,  sia pure in modo diverso da come avevano sperimentato fino alla sua morte, egli continuava ad essere insieme a loro in ogni momento, rendendosi visibile con il suo corpo glorioso, pronto ad incoraggiarli e a rassicurarli.

In questa VI domenica di Pasqua la liturgia sposta l’attenzione dei fedeli da Cristo allo Spirito Santo, dal Risorto al suo dono. Si tratta quasi di un fugace, ma significativo annuncio dei prossimi eventi: l’Ascensione prima e la Pentecoste poi. Il secondo, la Pentecoste, è una conseguenza del primo, l’Ascensione. Gesù ritorna alla casa del Padre, ma non lascerà soli i suoi: “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi sempre, lo Spirito di verità”.  È la stessa premura mostrata dalla Chiesa primitiva. Avendo la predicazione del diacono Filippo avuto successo in una città della Samaria, a dispetto della persecuzione scoppiata contro la Chiesa di Gerusalemme, da qui partirono gli apostoli Pietro e Giovanni perché questi avevano il potere di imporre le mani sul capo dei battezzati e conferire loro lo Spirito Santo che li rende capaci di testimoniare il Risorto “fino ai confini della terra”; testimonianza che diventa dovere primario di ogni cristiano, chiamato, come avverte S. Pietro, a rendere ragione della speranza che porta nel proprio cuore, ragione che risiede tutta nella coscienza di essere stato destinatario di un amore infinito. L’esperienza cristiana, infatti, esige di essere comunicata e trasmessa efficacemente per suscitare adesioni.  Non venditore di illusioni o imbonitore di sicurezze, quindi, il cristiano, ma testimone di “una speranza che non delude, dice S. Paolo, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci  è stato dato”. D’altra parte l’amore è l’epifania di Dio, il luogo in cui Gesù stesso si manifesta, il luogo in cui si realizza il dono dello Spirito. Ed è questo amore che deve essere annunciato ai fratelli, annuncio che è tanto più autentico ed efficace, quanto più il cristiano mostra di essere capace di amare. I primi cristiani venivano riconosciuti e stimati per l’amore vicendevole. Si diceva di loro: “Guardate come si amano”. L’amore si vede, non è virtuale, è reale. I pagani vedevano i cristiani che mettevano in pratica l’amore di Dio e l’amore del prossimo, cioè che realizzavano il comandamento di Dio, così ne venivano attratti. È un impegno, quello di testimoniare l’amore di Dio, che deve essere portato avanti “con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza”.

È questo lo stile richiesto al cristiano e a tutti quelli che si fanno carico di far conoscere agli altri il dono dell’amore di Dio. Fortunatamente non è più il tempo in cui l’adesione alla Chiesa veniva sollecitata, o addirittura imposta, con tattiche politiche, o magari servendosi del “braccio secolare dello Stato”. Nella “Dichiarazione sulla libertà religiosa” del Vaticano II, viene messo molto bene in luce, “come elemento fondamentale della dottrina cattolica”, l’assunto secondo il quale “gli esseri umani sono tenuti a rispondere a Dio credendo volontariamente,… non possono aderire a Dio, che ad essi si rivela se il Padre non li trae e se non prestano a Dio un ossequio ragionevole e libero”.  È questa la convinzione profonda alla base della pubblicazione di questi stimoli che ogni settimana è dato leggere nel giornale che li ospita. Non a caso la relativa rubrica porta come titolo “liberi di credere”. Ma soprattutto è la convinzione che, in occasione della visita a Roma del Patriarca di Alessandria dei Copti Cattolici ha fatto dire a Papa Francesco: “Siano date finalmente reali garanzie di libertà religiosa a tutti, insieme al diritto per i cristiani di vivere serenamente là dove sono nati, nella patria che amano come cittadini da duemila anni, per contribuire come sempre al bene di tutti”. Il principio vale per tutti, sempre e dovunque, e non come narcisistico appagamento delle proprie aspettative, ma con il nobile fine di “contribuire come sempre al bene di tutti”.

 

 

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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