Mar. Giu 25th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Nomen omen, con qualche piccola eccezione

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di Nicoletta Tancredi

colazione verde 4Camilla fa colazione.
Sta seduta nel sediolone: io le tengo il biberon, lei ciuccia.
“È nata contessa!” penso.
Insomma ha fame, eppure non si scomoda più di tanto. Fa il minimo sforzo. Non oltre. Mica le allunga le manine! Apre solo la bocca. Giusto giusto l’indispensabile.
E io che pensavo di aver messo al mondo una figlia come la vergine Camilla. Quella che canta Virgilio nell’Eneide: l’eroina cresciuta in mezzo agli animali selvaggi e morta combattendo. Insomma una guerriera nell’animo, una attiva. E comunque una abituata a sporcarsi le mani, a scendere in campo.
Comincio a pensare che, se l’avessi chiamata Maria Antonietta, mi sarebbe andata meglio.
Ma non è vero allora che nel nome c’è un po’ del nostro carattere? Se non tutto.
No, perché io ho svolto un intenso studio sul nesso nome/carattere. Il libro dei nomi, quello che mi ha regalato la mia amica Mariangela, si può dire che l’abbia consumato. Per non parlare delle ricerche online e di quelle enciclopediche cartacee. Dunque, la scelta di “Camilla” è stata a lungo ponderata, analizzata e rianalizzata. E solo immaginando di mettere al mondo una bimba dal carattere forte e valente abbiano deciso di chiamarla così.
E allora: la mia figlia coraggiosa, audace tanto da non temere nulla, dov’è? Che se mio marito starnutisce scoppia in lacrime, come farei io durante una brutta scossa di terremoto. E il pianto incalza e incalza, perché si dà il caso che il papà, in quanto soggetto allergico, faccia almeno una decina di starnuti in fila in fila. E lei non si consola, dura a capire. E piange, piange, piange, con quale coraggio! Quale?
Insomma, Virgilio dovrebbe davvero bruciare e riscrivere l’Eneide.
E va bene. Soprassediamo, per il momento, sulla temerarietà. Siamo d’accordo che è piccola, crescerà, magari cambierà.
Ma la passione? Dov’è mia figlia, quella fortemente appassionata, che si fa prendere dagli eventi, che prende posizione, spinta da forti ideali?
No perché, faccio un esempio: mettiamo il caso che si stia discutendo di una qualsiasi cosa, anche che la riguardi, del tipo “per uscire, mettiamo Camilla nel sacco-coperta o le infiliamo il giubbino?”, lei si pone così: guarda prima uno, poi l’altro, e nello spostare lo sguardo e la testolina ricciolina (il diminutivo è d’obbligo non solo perché la testa sia piccina, ma anche perché i riccioletti sono proprio due di numero), non cambia l’espressione serafica del suo visino. Resta inalterata, imperturbabile. Con gli occhioni disinteressati. Come se dicesse: “sì, ma a me che me ne importa? Mi volete chiudere nel sacco? E chiudetemi”.
E allora passi anche che finora non voglia prendere posizioni. Forse davvero è troppo piccola. Sarà questione di tempo. Presto Camilla tirerà fuori la vera Camilla che è in lei. Un po’ come ha fatto Paola, che ora ha due anni. Il suo carattere sì che rispecchia il significato del nome.
Il nome Paolo/a in latino vuol dire “piccolo”, “poco”. Certo, in quanto a “piccolo”, c’è da dire che Paola, pur essendo piccola d’età, è abbastanza piazzata fisicamente. Cresce alta, non rotonda (se non per le guance) ma robusta. Piena, ecco! Massiccia.
Ma tralasciamo il “piccolo” e analizziamo il “poco”.
Ebbene, in quanto a “poco”, questa è la sua parola chiave. La ripete non so quante volte al giorno. In pieno rispetto dell’etimologia del suo nome.
Faccio un esempio ricorrente.
Siamo seduti, preparo i piatti, il primo che riempio è il suo.
Glielo porgo.
Immediatamente lei me lo riporge.
Più precisamente non me lo fa proprio posare sulla tavola e mi dice “natlo poto, mamma” (un altro poco, mamma). E così per il lattuccio (“natlo poto, mamma”), la frutta (“natlo poto, mamma”), il dolce (“natlo poto, mamma”) e per qualsiasi altra cosa commestibile (“natlo poto, mamma”).
Certo non sarà tutto, ma ci accontentiamo anche di “poco”.

Piccole e (in)confutabili verità di Mummybook

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