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Non c’è persona senza comunità

Non c’è persona senza comunità
di Michele Santangelo

TrinA-w2Nella domenica dopo la Pentecoste, La Chiesa ci invita a celebrare la festa della SS. Trinità, secondo la preghiera del prefazio: “Trinità di una sola sostanza pur nella differenza delle persone”:  Dio Padre, creatore del cielo e della terra, Padre trascendente e celeste del mondo; il Figlio generato dal Padre prima di tutti i secoli, fatto uomo nella persona di Gesù Cristo nel seno della Vergine Maria, il Redentore del mondo; lo Spirito Santo che è l'”amore” perfetto e divino (in greco agàpe) che il Padre e il Figlio mandano ai discepoli di Gesù per far loro comprendere e testimoniare le verità rivelate. Non è antichissima la celebrazione della solennità; e ciò dipende proprio dal fatto che, almeno fino alla metà del 1300, non se ne era avvertita l’esigenza, essendo l’esistenza di Dio uno e trino riconosciuta e ricordata continuamente nella vita della chiesa e codificata già nel Simbolo Apostolico; né bisogna dimenticare che il vangelo di Matteo si conclude proprio  con l’esortazione del Risorto alla missione evangelizzatrice nel segno della Trinità: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”.  La festa attuale, del resto, non è l’invito a discutere più o meno dottamente sull’impenetrabile mistero di Dio Uno nella sostanza e Trino nelle persone. A questa esigenza hanno assolto e continuano ad assolvere da sempre i teologi. La Chiesa piuttosto ci vuole spingere da un lato a rinnovare continuamente il nostro atto di fede, dall’altro a glorificare non la “solitudine infinita” di Dio, ma la “comunione infinita”, aspetto quest’ultimo che, dopo l’enfasi posta dal Vecchio Testamento sul passaggio del popolo ebreo con Abramo dalla mentalità politeistica a quella dell’Alleanza con il Dio vero, l’Unico, appunto, l’Altissimo, viene manifestato ed esaltato in modo definitivo da Cristo, rivelatore della vita intima dell’Unico Dio, come “comunione infinita” di Padre, Figlio e Spirito Santo e Santificatore. Una circolarità di amore che nel suo svolgersi coinvolge l’intera umanità ed ogni singolo individuo, la storia dei quali diventa così storia di salvezza. In questa direzione va il brano della lettera di S. Paolo ai Romani che viene proclamato durante la celebrazione eucaristica di oggi. In esso traspare in tutta evidenza la meraviglia incantata dell’Apostolo delle genti di fronte alla scoperta che Dio è Abbà, cioè Padre –  papa Francesco direbbe tranquillamente “papà”, inserendo nella relazione affermata un carattere di intimità familiare e di sentimento che non ne abbassa la dignità, semmai la esalta rendendola più vera, più vicina al comune sentire, più umana insomma. Quando poi certi maestri: Marx, Nietzsche, Freud, giusto per citarne qualcuno, con la pretesa di essere maestri di tutto, affermano che Dio è una proiezione dei desideri dell’uomo, pensando così di liberarlo da condizionamenti e sovrastrutture, non si rendono conto che lo rendono prigioniero di se stesso e dei propri prodotti, riducendolo in confini ristretti, impastoiandolo con la sua finitezza. La festa di oggi c’insegna che non l’uomo ha inventato Dio, ma Dio ha inventato l’uomo, assegnandogli un destino unico ed irripetibile: la possibilità di essere suoi figli ed è lo Spirito di Cristo che lo attesta, lo stesso Spirito che guida ogni cristiano a fare l’esperienza della paternità di Dio. “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio”. Si tratta di una condizione alla cui base c’è la stessa comunione d’amore tra le Persone divine che nel contempo fonda e consolida l’insopprimibile esigenza comunitaria della vita umana. La comunità è indispensabile per far vivere la persona: persona e comunità, binomio all’interno del quale può veramente fiorire la vita individuale, familiare, sociale e politica.

 

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