Non chiudiamo il cuore alla carità

Non chiudiamo il cuore alla carità
di Michele Santangelo

9e7fc301c24011e6d40ec6dd798bf290_XLChi ha una certa dimestichezza con la lettura del vangelo, se non altro perché, frequentando gli appuntamenti liturgici della domenica, gli capita di ascoltare i brani di sacra scrittura che di volta in volta vengono proposti all’attenzione dei fedeli, si sarà reso conto  che i dialoghi  che si instauravano tra Gesù e i suoi discepoli diverse volte servivano al Maestro per sondare cosa questi avessero maturato nel loro intimo intorno agli insegnamenti che Egli andava impartendo, impegnandoli anche in modo diretto con domande che chiedevano di manifestare le loro personali convinzioni. Nel brano di vangelo di oggi, XXIV domenica del tempo ordinario, riportando l’evangelista Marco l’episodio in modo più sintetico rispetto a Matteo che invece abbonda di più in particolari, questo aspetto non appare così evidente, mentre Matteo riferisce che alla domanda di Gesù su cosa dicesse la gente di Lui, la risposta dei discepoli, anche in modo coerente, secondo la nostra logica, riferisce appunto l’opinione della gente: alcuni dicono che tu sei il Battista, altri Elia, altri Geremia ecc. A Gesù, invece interessava conoscere il parere personale dei suoi discepoli: “E voi, chi dite che io sia?” Risponde per tutti Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. È una risposta giusta, di fede, diremmo proprio “azzeccata”; potrebbe, Pietro, perfino impettirsi e alzare la testa, inorgoglito per aver passato l’esame, ma Gesù spegne sul nascere i probabili entusiasmi, perché gli precisa: “…non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli”. La fede, infatti, è azione dello Spirito che rivela. Sulla base di questo, secondo Marco, Gesù riorienta il discorso avvisandoli, prima di tutto di non andare in giro a raccontare di questa cosa, anche perché sapeva che le aspettative della gente rispetto il suo ingresso nella storia erano di tutt’ altra natura, che mal si conciliavano con la sua vera missione che si sarebbe espletata secondo schemi assolutamente inediti rispetto alle attese: “E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso. A nulla valsero le proteste di S. Pietro, che, anzi gli procurarono una risposta piccata da parte del Maestro:, «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». E ce n’era per tutti quelli che avrebbero voluto seguirlo; la sequela di Gesù non è il paradiso in carrozza, ma: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Di fronte a questo grande mistero della fede nel Redentore, è quanto mai ovvio che l’Apostolo Giacomo, nel brano della seconda lettura della parola di Dio di questa domenica si domandi e ci domanda: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo?”.  La fede che salva è quella che si vive nella pratica della carità, dell’accoglienza, dell’amore misericordioso, del perdono, della solidarietà. In questi giorni il Santo Padre, Papa Francesco, sta continuamente chiedendo un impegno concreto a favore di quanti sperimentano il dramma della guerra e sono profughi e rifugiati in tante parti dell’Europa e del mondo. Non chiudiamo il cuore, come cristiani, a questa pressante richiesta di aiuto umanitario, ma apriamo tutte le porte di ogni istituzione religiosa ed ecclesiastica per vivere concretamente il vangelo della carità, per fare della fede, una vita vissuta nell’amore e nel servizio. Per il cristiano non si tratta solo di filantropia. Dietro questa pratica c’è l’esempio stesso di Cristo, morto e risorto per l’uomo e garanzia che solo così si guadagna veramente la vita.

redazioneIconfronti

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