Gio. Giu 20th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Non di solo pane vive l’uomo

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di Luigi Zampoli
di Luigi Zampoli

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Sarà l’anno della ripresa economica questo 2014, sia pure modesta. Ma gli ultimi dati di Bankitalia sulla disoccupazione sono tutt’altro che rassicuranti.
Si va verso il 13% di disoccupati sul totale della forza lavoro disponibile, un dato drammatico che non ammette interpretazioni di sorta, come sempre quando i freddi numeri rappresentano in modo plastico l’impoverimento della popolazione e le difficoltà dell’economia reale.
Ciò che è di fronte ai nostri occhi, ad un’analisi più attenta ed accurata, è qualcosa che va ben oltre la “semplice” disoccupazione; negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo ed inesorabile depauperamento del valore intrinseco del lavoro.
Il lavoro che noi abbiamo sacralizzato nella Costituzione non è solo quella mera attività finalizzata all’acquisizione di un reddito per far fronte ai bisogni materiali, ma è molto di più; è l’espressione osmotica di tutte le virtù e le qualità del singolo, al servizio del miglioramento delle condizioni di vita materiali e spirituali della nazione e del suo progresso.
Il lavoro è il fulcro dell’esperienza umana, sfocia in qualità di vita per se stessi e per la collettività, è il motore vitale di una comunità civile, ma solo quando conferisce e riconosce valore e dignità alla persona, soddisfacendo le sue legittime aspirazioni ed attitudini.
Si può essere tacciati di irrealismo o di romanticismo laburista fuori tempo massimo, in fondo viviamo tempi di crisi che non lasciano altro spazio se non all’”utile“ ed al “funzionale” per una sopravvivenza alla furia distruttrice della depressione economica; eppure non si può e non si deve smettere di dare il giusto e pieno valore alla dimensione immateriale del lavoro.
Il lavoro non è un anestetico urgente al disagio individuale e collettivo, è la cura ultima e definitiva alla “malattia” di milioni di giovani e meno giovani in spasmodica ricerca di un’occupazione vera, ad alto contenuto di modernità, che consenta un salto “quantico” della qualità dei beni e servizi prodotti ed un conseguente miglioramento delle condizioni materiali di vita diffuse.
La coesione sociale che caratterizza una società in cui si realizza un alto livello quantitativo e qualitativo del lavoro, nasce dalla soddisfazione interiore di ciascuno di noi, tra inclinazioni e desideri individuali ed impegno professionale raggiunto.
Diversamente, dilagano disuguaglianza sociale, depressione e frustrazione individuali, la sensazione di essere sprecati e fuori posto, ingiustamente mortificati da una condizione lavorativa e, quindi, di vita insoddisfacente che inevitabilmente si riverbera anche su chi ci è vicino, sui nostri rapporti interpersonali.
Non c’è riforma, globalizzazione, tecnologia che possa comprimere la centralità della persona e delle sue esigenze materiali e morali nella realizzazione di un percorso che veda il lavoro come linfa di sviluppo e progresso umano prima ancora che sociale ed economico.

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