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Non dimentichiamo il male invisibile

Non dimentichiamo il male invisibile
di Barbara Cangiano

Per certi versi, è la letteratura privata di ogni uomo, come sosteneva Aldous Huxley. Ma anche la parola piena, in senso lacaniano, da condividere con gli altri, per costruire prospettive; garanzia di conservazione dei principi su cui si fondano le civiltà; museo di specchi nei quali individuare e rileggere la propria identità; laboratorio di idee e “strategie” per scongiurare fratture. Insomma, qualcosa che va ben oltre ricordare una data, anche se quella del 27 gennaio è – o quantomeno dovrebbe essere – indelebile. “La memoria è una condizione fondamentale perché si conservi la civiltà. In particolare, la memoria della Shoah è uno scandalo che resta nel cuore dell’Europa e ammonisce ogni volta sul pericolo che la civiltà si trasformi in barbarie”. Per Aldo Masullo, filosofo e politico italiano la memoria e la consapevolezza di questa, dà valore alla vita, la arricchisce di sfide e prospettive, in potenza, la libera dalle paure. Se si ha il coraggio di non cancellarla “anche di fronte a ciò che è osceno”.
Professore Masullo, che intende per oscenità della Shoah?
La Shoah è completamente differente da qualunque altro evento che ha caratterizzato la storia dell’umanità, perché è avvenuta fuori dalla scena. Nessuno l’ha vissuta guardandola. Tanti di noi hanno vissuto le tragedie della guerra, anche quando non eravamo mediatori interni delle azioni di guerra. Ma siamo stati spettatori dei bombardamenti aerei, dei soprusi, della fame. Della Shoah non è spettatore nessuno, a parte qualcuna delle vittime designate che si è salvata. Poi ci sono le testimonianze oggettive, i video, le fotografie, che ci confermano che è incontrovertibile che sia esistita, a dispetto dei negazionisti. Ma è una tragedia che oltrepassa i limiti della visibilità diretta, è un grande male invisibile che lo rende candidato facile alla dimenticanza. Spesso pensiamo alla memoria in termini di “rivivere”, cioè il vivere daccapo un’esperienza già vissuta. Il paradosso della Shoah è invece proprio questo: ciò che è avvenuto non è nelle capacità di essere rivissuto da nessuno. Di nascosto sono state uccise milioni di persone, mentre tutte le altre vicende di portata notevole della storia non sono oggetto di memoria, ma di ricordo.
Che cos’è la memoria?
Costruzione. In generale la edifichiamo con i documenti, i testimoni, i racconti degli storici. Sta tra il reale e il fantastico. Ma la memoria nel senso più stretto del termine, non è questa, ma ciò che coincide con il ricordo. E’ il portare nelle fibre mentali e somatiche di un individuo le tracce del vissuto. Perché una memoria nel senso lato sia veramente presente, occorre che chi ha attraversato una determinata storia, le ridia un significato. Nel caso della Shoah, la costruzione non è affidata al ricordo diretto, ma a una specie di consacrazione spirituale. Non fa parte del vissuto, ma dell’eredità culturale di un popolo. Non sta nella carne di noi viventi, ma nella parte più profonda delle nostre coscienze, che si costruiscono attraverso il linguaggio, la politica, la vita delle istituzioni.
In che termini il linguaggio può incidere sulla memoria?
Enormemente. Senza il linguaggio non potremmo avere una memoria. C’è un passaggio molto bello in “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” di Friedrich Nietzsche: un uomo chiese una volta a un animale, “perché non mi parli mai di felicità e mi guardi soltanto?”. L’animale subito dimenticò quello che voleva dire e tacque. Ecco, il suo essere muto corrisponde al non avere memoria. Parlare, raccontare, discutere di un evento, equivale a farlo esistere, rendendolo presente. E questa è una grande responsabilità che ogni generazione ha nei confronti di quelle successive, perché significa tramandare esperienze collettive.
C’è anche una memoria del “sentimento”?
Sì, pensiamo alla guerra. Ne ho vissuto la furia, le persecuzioni dei deboli, gli uomini messi al muro. Non ne ho un ricordo diretto, la mia è una memoria di quel sentimento della guerra. Chi è venuto dopo di me, no. Può conoscere quell’evento solo attraverso l’interpretazione e la costruzione della memoria. In questo senso, la Shoah è una sorta di rito religioso con il quale facciamo vivere qualcosa che non ha lasciato traccia, ma costituisce un elemento fondamentale della società. La stessa Unione europea, minacciata da più parti, trova della Shoah la sua tragedia. Un peccato che ne ha frantumato l’unità, mettendo in crisi la civiltà. E oggi che siamo di nuovo di fronte a un rischio mortale, è ancora più importante ricordare ciò che è avvenuto. Partecipare a questo rito è fondamentale, oggi più che mai.
Non c’è il rischio, invece, di cancellare, per paura di guardare negli occhi più di un orrore?
La memoria è la vita stessa dell’uomo. E’ il senso stesso del suo convivere nella storia, è il corpo storico dell’essere umano in cui si sedimentano i sentimenti, come le paure. La rimozione esiste, perché la vita dell’uomo è una lotta perenne contro quello che lo abita. Prendiamo un alpinista che scala le montagne. Non è che non abbia paura, ma la sfida e attraverso questa sfida costruisce la sua personalità. O uno studioso che trascorre ore e ore con l’intento di scoprire un qualche aspetto della realtà. E’ sicuramente consapevole della caducità della vita e che quelle ore, se non dovesse trovare nulla, sarebbero sprecate, ma si mette alla prova. Senza di questo saremmo come gli animali, che hanno paura solo delle bastonate, perché quelle costituiscono il loro ricordo più vicino nel tempo.
Oggi siamo pronti a queste sfide?
Se lo sapessi, il mio lottare per conservare la nostra civiltà sarebbe senza senso. I popoli non sanno quale sarà il loro destino, ma devono lottare per costruirlo.
Quanto la memoria condiziona la nostra vita?
Si dice “memoria magistra vitae”, perché dovrebbe insegnarci a operare nel futuro, ma è una formula giustamente criticata, che non regge, perché l’esperienza ci insegna che nonostante le ferite, continuiamo a fare errori. Ma questo è un difetto nostro, non della memoria.
Abbiamo anche il difetto di assuefarci, nonostante la memoria. Lo ritiene un rischio concreto per chi, come i più giovani, hanno costruito la propria identità in un contesto in cui l’overdose di informazioni, anche tragiche, ha normalizzato la percezione dell’orrore?
Ritengo che questa riduzione della percezione non dipenda dal passare del tempo o dall’assuefazione alla tragedia, ma dal fatto che le vecchie generazioni, quelle che hanno vissuto l’orrore o che lo hanno ricostruito per trasmetterne il messaggio, sono diventate indifferenti.
Che intende?
Il problema non è ricordare il passato, ma essere indifferenti al presente, e questo non attiene ai giovani. E’ chi ha costruito quella memoria che è indifferente a ciò che potrebbe replicarsi. Non ci commuoviamo per le stragi in Medio Oriente, come pensiamo di poter trasmettere ai giovani le tragedie della Shoah?
Di chi è figlia questa indifferenza?
Di uno stato di decadenza del senso dell’umanità. Intendo una decadenza culturale, nell’accezione più ampia del termine. La nostra visione del mondo è stata messa in crisi da diverse difficoltà, come accade in alcuni momenti della storia: divisioni, un venir meno della ricchezza diffusa, un consumismo che prima ci ha accecato e poi ci ha delusi. Circostanze che hanno impedito di cogliere le differenze e alla fine ci hanno spinto nell’indifferenza.

Da “laCittà” del 27/01/2017

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