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Non diventi illusione il diritto ad essere informati

Non diventi illusione il diritto ad essere informati
Algebre, di Rino Mele

Partiamo dall’articolo 21 del Titolo I della Costituzione e ne ricaviamo subito uno strano clima, un’incertezza, come la consapevole sensazione del prevalere di dubbi insuperati, contraddizioni appena accennate, un muro di antica disperazione che una volta abbattuto rinasce e ci sbatti ancora contro, per quanto tu lo ridipingi e possa ritrovarlo accettabile e nuovo: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione”. La libertà di stampa cui si riferisce la nostra Costituzione sembra parlare del singolo (cui quella libertà nella sostanza è ampiamente preclusa) ma indica le forze politiche ed ideologiche, allora (con la guerra malamente e appena finita) vive ed emergenti ed ora asfittiche e agonizzanti, sostituite, nel fragile ingorgo in cui si dibatte l’intero Occidente, esclusivamente da ambigue formule, procedure, esercitazioni retoriche, seduttive rappresentazioni di presenze economicamente instabili, a volte inique, sempre insicure della loro identità. La situazione della comunicazione oggi, in Italia, è di una confusa complessità e somiglia un poco (per aver l’idea della violenza cui è costretta e costringe) all’intreccio di forze presenti nella nostra penisola, nel Quattrocento, in cui eserciti piccoli e grandi, uomini di ventura e mercanti si contendevano un potere che sfuggiva continuamente loro di mano, inconoscibile a se stessi, avidi e aristocratici attori primari di quella caleidoscopica avventura. L’economia vorace, la debolezza politica, la nullità morale, la complicità devastante, si specchiano ogni giorno nella progressiva frantumazione omologante del nostro vano comunicare (che urta contro il rifiuto profondo di voler sapere). La stampa – intendendo con essa anche la televisione e i mille sentieri che l’elettronica presta a un delirio crescente e babelico di autoinfliggersi la propria voce – non può essere libera: può solo essere ordinata, regolata, messa al riparo da soprusi troppo vergognosi, impedita da inaudite violenze e abissali ricatti.

Rino Mele

Rino Mele

È una macchina senza fine complessa di cui volta a volta può impadronirsi la follia di un elemento che immediatamente, attraverso di essa, diventa capace di contaminazione e corruzione politica. Perché, nella sua proteiforme presenza, il problema originario della stampa è l’incapacità di sottrarsi al ricatto, alla censura, al patteggiamento, alla sua cronica ausiliarità alla politica: essa chiede di essere difesa nella sua integrità da quello stesso potere contro cui pretende sia di muoversi con aggressività sia contemporaneamente di rivolgersi come un capitano di ventura alla ricerca di assoldare la propria forza. Solo comprendendo la drammaticità di questa condizione si potrà tentare una prima risposta alla disperante ambiguità dell’incerto e sempre più ricattato esercizio della comunicazione. In tutt’altro contesto, nel suo prezioso libricino sul concetto di limite, Bodei parla di “percorsi multipli e non tracciati” e mi pare un’indicazione simbolica molto adatta a definire lo stato della comunicazione. Voler cercare in quell’intrico di sentieri la presenza della libertà, mi sembra uno specchio per allodole cieche, un tributo all’illusione, l’intestardirsi in un sogno della ragione già distrutto dalla storia.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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