Non lavorare stanca e la crisi stressa, ma ecco come evitare il crollo…

Non lavorare stanca e la crisi stressa, ma ecco come evitare il crollo…
di Gianmaria Roberti

giovani-disoccupatiLa crisi cambia pelle, muta dall’eccezione alla normalità, promossa a vissuto ordinario, come le guerre del Cinquecento. E riprogramma le esistenze in modo radicale. La vita si precarizza, e la precarietà diviene vita, un elemento costitutivo della stessa. Chi metabolizza questa sintesi resta al di là del cortocircuito esistenziale, del rovesciamento di valori, dell’orizzonte annebbiato. Chi è trascinato nel vortice del quotidiano flessibile e incerto può essere gettato nei confini del male oscuro. Dove i diritti si assottigliano e le paure diventano ombre fisse. Un sondaggio online condotto dall’Eurodap, l’associazione europea disturbi da attacchi di panico, registra che su 300 persone tra 25 e 55 anni, il 70% ha dichiarato di trovare sul posto di lavoro la maggiore fonte di stress. Di questi, il 60% teme i colleghi mentre il 40% si dice assoggettato al capo per paura di essere licenziato. Secondo i dati dell’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro, il mal d’ufficio ha colpito 10 milioni di persone in Italia, con costi sociali rilevanti. Il lavoro precario passa da prassi economica a patologia clinica diffusa. “Studi ed osservazioni condotte nel campo della psicologia e medicina del lavoro mettono in luce come le attuali condizioni economiche e lavorative siano  ad elevato potere stressogeno. – spiega la psicologa Lucia Anna Lombardo – Nel mio lavoro quotidiano ricevo richieste di aiuto via mail. Spesso molte persone devono rinunciare ad un percorso terapeutico a causa dei costi. Non se ne parla molto, ma serve una riflessione sull’intervento del servizio sanitario su questa emergenza”.

Quali sintomi scorge nei soggetti colpiti da patologie collegate alla crisi ?

Il trauma da licenziamento genera stress, e le stesse condizioni di lavoro flessibile hanno un elevato potere stressogeno. I sintomi vanno dai malesseri spesso sfocianti in somatizzazioni, gastriti, disturbi del sonno, mal di testa, stanchezza, inappetenza, attacchi di panico. Però chiariamo una cosa: un conto è il malessere, un altro la psicopatologia. E ovviamente non tutte le persone osservate rientrano nel secondo caso

Come aiutarsi? 


Coltivare relazioni sociali, non sottovalutarsi, essere intraprendenti, non avere paura di chiedere aiuto, possono costituire una sorta di ammortizzatori sociali per gestire un momento di crisi e prevenire collassi emotivi più devastanti

La contattano anche giovani affetti da malessere legato al loro status di precari?

Nei giovani non si osserva tanto una sintomatologia patologica, quanto l’esistenza di una questione identitaria profonda: chi sono, cosa faccio, cosa farò? L’incertezza economica attacca l’identità delle persone o ne rallenta la costruzione, nei soggetti giovani. Non si può certo parlare di patologie da precarietà, ma rilevo che per quasi tutti la vita si è fatta più faticosa.

Quali sono i fattori destabilizzanti più potenti, per l’identità delle nuove generazioni?

Cambiare sempre lavoro, mutare incessantemente contesto, punti di riferimento. Non avere più certezze sul futuro. Sono tutti elementi che hanno un peso psicologico.

Quanto sono cambiati gli stili di vita dei giovani?

Un dato che ricorre molto spesso è la presenza della famiglia, che supplisce anche alle carenze dello stato sociale. Ma dipende dalle fasce di popolazione.

Vuole azzardare qualche soluzione, un rimedio da psicologia di massa nell’era della crisi?

Suggerisco di alimentare un po’ di più la speranza e non prospettare per forza un quadro tutto nero.

 

redazioneIconfronti

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