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Non luogo a procedere

Non luogo a procedere

Non luogo a procedere

di Claudio Magris

(Garzanti, pp. 362)

di Giuseppe Amoroso

magris“Sottomarini usati-compro e vendo”: questo annuncio, apparso nell’ottobre del ’63 su un giornale specializzato in pubblicità, diviene la “profferta di un ruffiano nell’ombra”, un autentico “adescamento” grazie alla voce “pomposa, insinuante” che, ricostruita attraverso un mixer di registrazioni, lo mette in onda. Da questo originale, magnetico avvio parte il poderoso e, per certe strutturali e stilistiche inarcature, monumentale romanzo di Claudio Magris, Non luogo a procedere (Garzanti, pp.362). Il motore narrativo risiede nella fondazione di un “grottesco” Museo della Guerra, voluto dalla “nobile follia” di un uomo, il cui obiettivo è la stabilizzazione della pace nel mondo. Subito si avverte come la distribuzione di una collana di dettagli non chieda protezione alle sue stesse regole, a quel filo che tiene assieme ogni tessera, ma promuova scarti e variazioni ritmiche dai quali scaturisce una rara forza estensiva, una colloidale continuità di occasioni di controcanto.

Le sale del Museo, numerate, sono le stazioni di una laica Via crucis, di una tragedia collettiva, successione di ossessioni come epicentri di trame di orrore e dell’indignazione dello scrittore contro i “miasmi” del mondo. Intanto, ecco irraggiungibili miraggi divenire, per incanto, figure vere, ambienti, oggetti ben visibili, robuste esche, spesso di microracconti, apologhi costruiti da effetti di meraviglia e sgomento. La pagina, di gloriosa pasta tradizionale, si intride di lemmi specifici, tecnici, e nello stesso tempo accarezza il volo dell’immaginario, cela maliziose ironie, risolve nella felicità di una resa raffinata l’inevitabile complessità degli intrecci, usa la sentenza nei tratti più folgoranti e guida la freccia del racconto verso quelle vampate di fuoco che nel finale rogo strappano alcuni fogli dai libri e li fanno volare verso il mare.

La parola scultorea e pittorica, ferrigna e mobile, sonante di verità e velata di segreti, agile nel prolungarsi in zone lontane e inesplorate, ora interrogativa, ora imperante, srotola un tappeto di avventurosa cronaca, di schede assottigliate fino a soluzioni molecolari, brandelli di notizie, ma dal perimetro ben definito, di appunti e ricerche storiche, nozioni concrete, ”ignare di tempi verbali”. Ritornante come un refrain, il “guazzabuglio del prima e del poi”, vale a dire il Museo sempre presente e sempre in discussione. Un totem e un bersaglio, un simbolo alchemico dell’orrore e   un’inesauribile fonte di fabulazione: il cupo regno di una moderna Sharazàd, ma con una spettacolare uscita di scena del costruttore. Armi, macchine belliche, ampie descrizioni scientifiche, verbali di un processo entrano a far parte di un “delirio” dal quale discendono innumerevoli storie innervate nella realtà ma pure riflesse in una modulazione visionaria che genera un oltranzismo fantastico di abbacinante stupefazione: il viso di una donna è una “pietra rosata dal sole da cui i raggi si ritirano come lucertole”: un’ascia agitata soltanto nell’aria, a casaccio, da un indio, è “una grammatica precisa, fissata in secoli di foreste e nubi di zanzare sul Paraguay, danza di guerra, di pioggia e d’amore”; il fumo del camino della Risiera, ”esce, riciclato e buono, dalle labbra” di belle fumatrici prive di ricordi.

Il nulla di un “pulviscolo che non c’è”, le ceneri di una donna uccisa in un campo di sterminio, la “felicissima Trieste”, l’“interminabile mare, sacro e sacrilego”, i vicoli di Trastevere, i “compatti muri di parole senza fessure”, le scritte dei reclusi sui muri del Lager si fondono con le analisi di “scintille” che guizzano in una mente. Passano indimenticabili personaggi: Sara e la figlia Luisa, con la sua lingua e le sue origini venute da lontano, da un “paese di fate e animali e fiori parlanti” e con il suo impegno nel progetto di riordino del Museo; e, soprattutto, l’“uomo” senza nome, un grande studioso (o un “allucinato”?), incalzato da “qualcosa che non era solo la mania di un collezionista fissato”, ma misteriosamente rinato come un “arcangelo della giustizia e della vendetta”, protagonista dalla “totalizzante passione”, trasfigurato, come Magris scrive nella Nota, sulla traccia di una persona realmente esistita. Inesorabile, sempre il vuoto: “tenace, non si lascia grattar via come una macchia”, una trappola per le vicende umane che spariscono nella “risacca degli anni che si ritirano dalla riva”.

Mosso da procedure di sintesi dal potente impatto visivo, e da una suggestiva colonna di riflessioni che sa accompagnare, con andamenti veloci o note reiterate di sgomento, i ruoli slittanti dei due primi attori, il romanzo rimodula una poderosa cultura di base e una biblioteca di informazioni frazionandole in sorprendenti tasselli comunicativi e rendendole leggere, malleabili e senza indulgenze alle scorie del pathos, soprattutto nei momenti nei quali pure le problematiche più ardue si sciolgono nelle memorie, bloccate tutte al punto epifanico, dal momento che sono “un tatuaggio che è bene far sparire”.

 

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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