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Non santifichiamo Macron

Non santifichiamo Macron
di Leonardo Guzzo

Il secondo turno delle presidenziali francesi, vissuto sotto il tallone della paura e conclusosi in festa – metà trionfo e metà sagra – ha proposto molti spunti originali e un tema per niente rassicurante. La sfida finale per l’Eliseo è stata, per certi versi, il confronto tra due fascismi. Da una parte il fascismo storico (o pseudostorico) dell’autarchia, del nazionalismo stonato, degli spettri ingigantiti e agitati con intenti manipolatori; dall’altra il fascismo dell’omologazione e del politicamente corretto, dell’edificante e del patinato, che sono spesso e volentieri impalcatura senza sostanza. Non si tratta di due modelli nettamente distinti e riferibili ciascuno a un preciso schieramento. La Le Pen ha ceduto al richiamo del politically correct, disperatamente cercando di attenuare i connotati più estremistici del suo programma, Macron ha vinto in larga misura facendo leva sul carisma personale e sullo spettro della deriva nazionalista e razzista. Più che a lume di ragione, i francesi si sono espressi sull’onda del sentimento: di una speranza chiaramente espressa ma indefinita. Per questo, anche dopo che il “buono”, il principe gentile ha rispedito la strega nel suo antro di sentire grossolano e pensiero anacronistico, la Francia dovrebbe vestire un dignitoso lutto. Spartanamente compiacersi e rimboccarsi le maniche, recuperare uno spirito critico e insieme costruttivo e il senso di una prospettiva chiara e realistica per il futuro.
La crisi economica (racchiusa emblematicamente negli insulti piovuti addosso a Macron alla Whirlpool di Amiens), l’Europa da rifondare (rimuovendo le macerie dei proclami di Hollande e di tanti inconcludenti “pesci piccoli”), l’infiltrazione del terrorismo islamista sono problemi troppo gravi e urgenti per consentire scene di euforia preventiva.
Se davvero un nuovo capitolo si apre per la Francia, non può essere soltanto questione di stile, di charme e di geografia politica: servono, magari rapidamente, i fatti.
Macron merita il beneficio dell’inventario. È un uomo nuovo ma non uno sprovveduto, ha dalla sua l’energia della gioventù e l’abilità di chi sa il fatto suo, ha subito adottato un approccio pragmatico con la nomina a primo ministro di Edouard Philippe, uomo di destra e di mare, già sindaco di Le Havre, il cui arruolamento rischia di creare seri imbarazzi ai Républicains in vista delle elezioni legislative di giugno.
L’intento sembra chiaro: dopo aver saccheggiato il serbatoio di voti dei socialisti alle presidenziali, il nuovo inquilino dell’Eliseo punta a terremotare i nipotini di De Gaulle. Strategia da dieci e lode e primo colpo a bersaglio per trasformare il movimento En Marche! in quello che da noi si chiamerebbe “partito della Nazione”; e però ancora niente di nuovo sul fronte della concretezza. Le convergenze con frau Merkel sulla possibilità di cambiare i trattati europei, emerse durante la prima visita di Macron a Berlino, lasciano per ora presagire solo una “guerra di trincea”, più o meno lunga.
Cauta e ragionevole fiducia, dunque, ma non bisogna ripetere lo stesso errore commesso con Obama. Santificare il principino Macron prima dell’ascensione. Trasformarlo in un “idolo”, un “marchio”, un “bene di consumo”. Delegargli la responsabilità della speranza che pesa sulle spalle di tutti: i francesi riuniti dalla Marsigliese e gli europei che ancora ricordano l’Inno alla gioia.

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