Non si può essere felici da soli

Non si può essere felici da soli
di Michele Santangelo
La liturgia di questa XIX domenica del tempo ordinario ci fa giungere, attraverso le letture della parola di Dio, un forte richiamo sull’importanza della fede, che spesso viene contestata come caratteristica di persone visionarie, credulone, avulse dalla realtà, termine, quest’ultimo, spesso confuso con materialità. Nella pratica, invece, la virtù della fede viene da ciascuno esercitata quotidianamente; è per fede che noi crediamo alle affermazioni degli amici, dei parenti, anche quelli più stretti. È per fede, per fare un esempio di quelli deteriori, che noi crediamo alle parole e ai messaggi che pervengono dal mondo delle comunicazioni, dalla pubblicità, non parliamo poi di quelli che ci propina certa politica o certi politici e via dicendo. Solitamente ci riserviamo di aspettare la cosiddetta prova dei fatti, che sistematicamente non arriva. Invece, nel sottolineare quanto sia fondamentale la fede come virtù cristiana la lettera agli Ebrei ci sottopone una sequela di prove inconfutabili, tutte fedelmente registrate: “Per fede Abramo obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità…, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre… Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco,” suo figlio. E l’autore della lettera agli Ebrei assegna alla fede una funzione nobilissima: “Fratelli, la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. Tutto sta alle garanzie che offre chi richiede questo esercizio della fede. Abramo aveva capito che colui che gli richiedeva il sacrificio del figlio, a fronte della promessa che attraverso quel figlio avrebbe avuto una discendenza “numerosa come le stelle del cielo”, era Dio, “capace di far risorgere dai morti”. Certamente, difficilmente alla maggior parte dei cristiani verrà richiesto, come ai citati personaggi della Bibbia, di scommettere tutto sulla parola di Dio, sulla sua promessa, sulla sua Alleanza, mettendo da parte progetti e anche realtà attualmente da essi possedute. Pur tuttavia anche a noi cristiani di questo ventunesimo secolo, per fede ci viene richiesto di intendere la famiglia in modo tipicamente cristiano, anche se la mentalità corrente sembra orientata in modo diametralmente opposto, magari basandosi su pseudo conquiste scientifiche o sociali, o presentate come affermazione di discutibili conquiste di libertà, così il rispetto e la promozione della vita a tutti i livelli, ponendola per definizione come valore assoluto sul quale nessuno, né singoli, ne stati, può mettere le mani, anche se dal punto di vista pratico, tante sono le violenze perpetrate contro di essa. Non si può decidere, sempre e comunque singolarmente, ciò che è bene o male facendo riferimento solo a se stessi, cadendo in un relativismo selvaggio che faceva esclamare a Plauto “homo homini lupus”, l’uomo è un lupo per l’uomo, tristissima constatazione, che solo un messaggio come quello evangelico è capace di annullare. Non si può essere felici da soli o peggio ancora contro gli altri. Il proprio tesoro un cristiano lo accumula facendo partecipi gli altri, specialmente i più poveri, dei propri beni. La valuta della carità finisce in portafogli dove non vi sono ladri né tigna. Se la fede è viva, la carità ne è la conseguenza naturale. “Il mondo ha bisogno di Perdono”, ha rilanciato Papa Francesco al mondo dal podio meraviglioso della Giornata Mondiale della Gioventù, dove qualche milione di giovani riuniti in nome di Dio riempie di speranza per un futuro migliore. Misericordia e Perdono i canali su cui si muove la Giustizia divina sono il legame nuovo che può dare all’umanità il carattere di grande famiglia in cui l’amore è l’unica moneta spendibile.

MS

redazioneIconfronti

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