Non sono nostalgico ma ricordo una Salerno viva

Non sono nostalgico ma ricordo una Salerno viva
di Alfonso Liguori
L'attore e regista Alfonso Liguori in scena
L’attore e regista Alfonso Liguori in scena

Impazza, in questi giorni salernitani, la polemica sulle cosidette Luci d’Artista.

Non è il caso di fare il riepilogo delle varie posizioni, sono arcinote alla cittadinanza.

Un punto si rivela molto interessante, e si offre quale riflessione non solo a livello locale, ma nazionale.

Più che sull’efficacia, fondamentalmente economica, dell’evento, ci si dovrebbe fermare un attimo e ragionare sul racconto profuso a piene mani ai cittadini in questi ultimi venti anni. Suona all’incirca così: prima c’era il disastro, il degrado totale, l’abbandono e l’inciviltà, oggi si è fatto qualcosa di serio e concreto portando la città di Salerno ad una vera attenzione nazionale ed internazionale.

Il mito della “città europea” insomma, sbandierato al punto che qualche bambino pensa che prima il nostro delicato capoluogo fosse posizionato in altro continente.

La divisione netta fra il prima e l’oggi fa decisamente parte della narrazione non solo locale, ma anche nazionale ed internazionale. Prima non eravamo un Paese civile, oggi lo stiamo diventando grazie ai vincoli di bilancio e alla sequela di riforme messe in campo, e chi si oppone vuole riportare la Nazione al tempo delle palafitte.

Sembra davvero di sentire il Crozza/De Luca del “In Campania la penicillina l’ho portata io!”.

Qualcuno però ha un po’ di memoria, e forse, tra mille disagi e/o difficoltà, ricorda.

Io, per esempio, ricordo una città (e di rimando un Paese) nella quale accadevano le cose, nella quale c’era fermento, si creavano gruppi teatrali, avevano importanza le gallerie d’arte, c’erano eventi di grande valore culturale, si tenevano dibattiti, e anche manifestazioni, scioperi e proteste di ogni genere.

Perché a differenza di quello che pensano coloro che “vogliono stare tranquilli”, anche le manifestazioni e gli scioperi servono: sono il sintomo di una vivacità intellettuale, di una voglia di esserci e partecipare.

Si dice: “Al centro storico c’erano le prostitute”. Vero, ma quelle prostitute erano anche simpatiche, ti salutavano quando passavi e… e Alfonso Gatto ci scriveva su qualche verso di poesia. Oggi le prostitute ci sono lo stesso, non sono più simpatiche (e hanno le loro buone ragioni), e se stanno nelle periferie creando alla cittadinanza di quelle zone tutta una serie di problemi di ordine pubblico.

Si aprivano, in quei tempi bui, teatri nelle ex farmacie, centri culturali nella zona orientale, si montava un tendone da circo perché arrivava Carmelo Bene, il Piccolo Teatro era di casa al Verdi, si andava a vedere il Festival del Cinema di Salerno, e l’Università organizzava rassegne di teatro d’avanguardia senza che ci fosse bisogno di un luogo apposito nel quale confinare il “nuovo” per distinguerlo dal “vecchio”.

I ragazzi dell’Università camminavano nelle nostre strade, li trovavi ai tavolini di bar a dialogare con i professori, creavano vivacità, indotto, e non se ne stavano relegati in una sorta di ghetto lontano dal mondo.

Da Salerno all’Italia: se ci ripenso, erano anni bui e terribili, ma gli operai scendevano in piazza, mettevano al bando il terrorismo, reclamavano e ottenevano diritti; si arrivava al diritto di famiglia, si costruivano infrastrutture, si combatteva per il divorzio, per l’aborto… Il desiderio di diritti sociali e civili era facilmente leggibile negli occhi della gente, e nessuno ipotizzava di fare una rivoluzione via social network.

Insomma, io ricordo una città e una Nazione vive e piene di vita intellettuale vera. E l’intellettualità, volontariamente o no, investiva tutti, colti e analfabeti, raggiungendo anche un altro importante risultato: teneva a distanza la volgarità e la cafonaggine.

Questi, a volo d’uccello, sono i miei ricordi, e sono certo che ognuno di voi ha i propri.

Allora la domanda è: siamo proprio certi che tutto questo voler “civilizzare” il popolo salernitano, nonché il popolo italiano, sia effettivamente stato costruttivo? Siamo proprio certi che si stava peggio quando “si stava peggio”?

Non è nostalgia la mia, né voglia di tornare indietro, anzi è solo desiderio di capire e superare il triste presente. E spesso, tornandomi in mente la frase di Orwell “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”, mi chiedo quale volontà e quale fine ci siano in questa narrazione che nega in toto il passato.

Dove vogliono portarci? A quale scopo?

 

In copertina: Filiberto Menna (a sinistra) e Alfonso Gatto

 

 

 

redazioneIconfronti

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