Non vestiamo di legalità le best practises

Non vestiamo di legalità le best practises
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La liberazione del lungomare dagli ambulanti abusivi e poi le successive guerre al ‘cafonal style’ dei padroni di cani imbrattatori e alle caciare dei condomini resistenti alla deadline della stenditura dei panni non c’entrano con la ‘sceriffaggine’ deluchiana anche soltanto emulata. No, si sarà certamente trattato di interventi convinti contro palesi infrazioni e il sindaco bene ha fatto a metterci la faccia, come si dice ogni qualvolta le funzioni si dichiarano sul campo. Tutto sembra vivere, infatti, nel racconto di una prassi gestionale che identifica la legalità con il decoro. Certo, una città bella e composta non apparirà mai cafona e, probabilmente, non violerà la legge, stante la platonica equazione bello uguale giusto. È anche vero, va detto, che sotto belletti e decori c’è chi ha scorto raggi d’ombra e retrive zotichezze, ma saranno state eccezioni a conferma del civico dogma.
A Salerno, però, il principio di legalità (o la legalità in senso stretto che, poi, è la stessa cosa) viene spesso confuso con la cultura della legalità. Quest’ultima tende a promuovere la convivenza urbana e, giustamente, il sindaco Enzo Napoli vi scommette, sguinzagliando i vigili di via Dei Carrari contro i cittadini indocili. Il principio di legalità, invece, viene prima di ogni cultura di riferimento ed è un carattere essenziale dello Stato di diritto.
Significa, in pratica, che ogni attività dei pubblici poteri, quindi anche del Comune, trova fondamento soltanto nella legge, anzi non può esistere al di fuori di essa. Non c’è quindi alcuna contraddizione nel richiedere ai cittadini di non violarla.
Il punto fermo, però, è che sia innanzitutto l’istituzione a dover agire secondo i suoi dettati.
20140715_lungomareRichiamare la legalità, quindi, per giustificare la guerra agli ambulanti extracomunitari abusivi, alle sregolate deiezioni canine o ai panni stesi fuori orario è un po’ come scomodare la Trinità per ottenere l’accordatura dell’organo della chiesa. Sono buone pratiche amministrative quelle seguite dal primo cittadino facente funzione, non altro.
Mentre la legalità (e, quindi, il principio da cui essa origina) richiede che un ente riconosca alla legge un valore sovraordinato rispetto a quello di qualsiasi uomo chiamato ad applicarla, fosse anche un semidio in terra. Va da sé che per vivere in armonia con questi principi occorre edificare case di vetro, dentro le quali il cittadino possa posare lo sguardo in ogni momento per controllare se il bene comune abbia subito deformazioni. E non c’entra nulla, con questo dovere pubblico e quindi politico, la ‘caccia’ all’extracomunitario indisciplinato o al condomino chiassoso. La legalità è la pulizia intima del ‘palazzo’, è la democrazia radiografata nel cuore, non nel trucco. È una ‘veglia’, la legalità, diceva Calamandrei. Quindi è un diritto dei cittadini pretenderla e un dovere del potere garantirla e certificarla in ogni momento. Non il contrario.

(da Il Mattino del 22 luglio)

Andrea Manzi

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