Obama chiama, Salerno risponda

Obama chiama, Salerno risponda
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Gli Usa, impegnati come non mai nella lotta senza quartiere contro le diseguaglianze, non dimostrano di avere molti seguaci nella ormai decrepita Europa e men che meno in Italia. Mentre il presidente Obama sfida le ire dei repubblicani e annuncia che, scavalcando il Congresso, emetterà un decreto per alzare il salario minimo orario dei lavoratori federali a 10,10 dollari, l’encefalogramma della nostra economia specie meridionale continua ad essere piatto. Il presidente Usa chiederà, inoltre, al Congresso di approvare una legge che tenda a raggiungere lo stesso obiettivo anche per i contratti in corso. Si tratta di un’iniziativa dirompente che divide l’America e descrive un nuovo solco tra destra e sinistra, la prima orientata a contenere i salari con lo spauracchio dell’insostenibilità del costo del lavoro e il conseguente rischio di licenziamenti, la seconda schierata con il presidente per attuare un riequilibrio tra le condizioni di vita, senza il quale non vi sarà né sviluppo né progresso.

La lezione che viene dagli Usa rilancia il ruolo degli Stati nella lotta contro gli squilibri economici e sociali. Obama ne parlerà stanotte (le tre ore italiane) indicando a chiare lettere che, quando le disparità stritolano la democrazia a causa di un’economia finanziarizzata, soltanto il governo del paese può porvi rimedio per salvare la coesione e la tenuta democratica.

Il cittadino prostrato per le disparità deve poter trarre giovamento dalla lobby di chi non ha lobby, ha osservato Vittorio Zucconi. Questa lobby invisibile e potentissima è lo Stato o, meglio, il governo di un paese. Purtroppo l’Europa, che è stata vittima della prima grave crisi americana ma continua a riconoscere a piene mani agli Usa la leadership del costume mondiale, non coglie quest’ultima lezione del suo presidente, quella secondo cui il mondo, nel punto in cui si trova, deve ricostruire l’uguaglianza senza se e senza ma per sopravvivere, il che sarà possibile soltanto a condizione di dare di più a chi stenta (ovviamente sottraendo a chi ha troppo e continua ad ingozzarsi sulla fame altrui).

Si tratta di politiche che richiedono, però, lucidità e coraggio, politiche interventiste in grado di archiviare definitivamente i traccheggiamenti e le mediazioni nelle quali si consuma la vicenda politica italiana. Un dramma nel dramma, il nostro, che non lascia intravedere vie d’uscita e scava abissi morali oltre che economici. Nei contesti periferici (il nostro Sud è periferia dell’Europa) la situazione è diventata apocalittica. Pensiamo alla Campania: sono trentaduemila i soli lavoratori dell’edilizia rimasti all’asciutto, e ottomila sono salernitani. Le aziende chiudono, non c’è un solo settore produttivo rimasto indenne dopo il passaggio dell’uragano della crisi. Tutto però diventa da noi abitudine, come se un “normometro” livellasse le aree di crisi, assimilandole ad una rappresentazione stupefacente e truffaldina della realtà. È vero, Letta non è Obama e probabilmente Caldoro impallidisce anche di fronte a Letta, ma sconfortano i populismi e le adesioni ad un potere sempre più autoreferenziale che vanno di moda dalle nostre parti, e che gli organi di informazione rincorrono e soccorrono come se fossero una cosa seria. Alla fame gli americani danno ascolto, noi purtroppo ad essa opponiamo, nella migliore delle ipotesi, pietanze di doppi incarichi e pulcinellate gradasse spacciate per progresso. Da noi il deperimento è nascosto sotto il cerone, ma c’è e si aggrava.

Perciò, per questa breve nota siamo partiti da Obama. Per puntare su un esempio lontano eppure vicino, non avendo alcun modello casalingo spendibile con il quale avviare un ragionamento nell’interesse dei più deboli. La rete e la globalizzazione, però, annullano le distanze e lanciano semi talvolta insperati in terreni vasti e ricettivi. Difendiamoli, quei semi, dal vento dell’indifferenza velleitaria e vigiliamo sulla nostra democrazia, cominciando a mobilitarci a partire da noi stessi, dalla nostra città depressa: ce lo chiede la serietà del nostro male e l’irresponsabilità dei medici che chiamammo per farci curare.

(I Confronti-Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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