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Il fiume Sarno? Una catastrofe ecologica

Il fiume Sarno? Una catastrofe ecologica

di Silvia Siniscalchi

roghi_terra_martireSolo pochi anni fa lo choc mediatico dei cumuli di immondizia abbandonati lungo le strade dei centri urbani del napoletano e del casertano, dalle campagne ubertose ai piedi del Vesuvio, era il sottofondo di un “bollettino di guerra” quotidiano sulle surreali vicende della Campania e dei suoi abitanti. Oggi ad assurgere all’attenzione mediatica generale c’è invece la Terra dei fuochi, con il suo carico di micidiali veleni arrivati dalle grandi industrie del Nord e sotterrati dalla camorra negli ultimi trent’anni; la Campania Felix dei Romani, rovesciando il Nomen omen dei latini, è così riuscita a trasformarsi nel surreale opposto del significato originario della sua antica e indicativa denominazione. Ma la contaminazione di suoli, sottosuoli e risorse idriche che da oltre tre decenni ha trasformato una parte della regione nella materializzazione del degrado apocalittico non riguarda solo i terreni compresi tra le province di Napoli e Caserta (almeno 5000 in un’area di 50 kmq con circa 2 milioni di abitanti), ma anche il fiume Sarno, che continua a essere il più inquinato d’Italia e, secondo alcuni, d’Europa.
Questo piccolo corso d’acqua (lungo appena 24 km) è forse uno degli emblemi più significativi di una parabola discendente che fa apparire quasi paradossali, nella loro enormità, i crimini e gli oltraggi commessi contro un territorio un tempo davvero felice per natura e romana ascendenza. L’immagine è tanto più surreale se comparata con il passato.

Il fiume Sarno nella Tabula Peutingeriana
Segmentum
V, frammento)
La valle del Sarno in una rappresentazione cartografica di autore ignoto (Cenno sull’origine delle acque del Sarno, 1828)

La piana del Sarno, di eccezionale fertilità (grazie all’origine vulcanico-alluvionale), con bellezze naturali, paesaggistiche e archeologiche uniche al mondo, è stata popolata, infatti, sin dall’epoca preistorica e protostorica, ed è descritta nella Geografia di Strabone come un’ampia distesa di «campi bellissimi», resi molto fertili dal vicino «monte Vesuvio» (la cui sommità «dall’aspetto cinereo» faceva giustamente supporre al geografo greco l’esistenza di un’attività vulcanica, erroneneamente ritenuta conclusa) e come sede di importanti porti, tra cui quelli di Nuceria e Pompei, attraversati dal fiume «su cui si importano e si esportano mercanzie». L’antica navigabilità del Sarno, precedente la sua deviazione dopo l’eruzione del 79 d.C., sembra attestata anche da alcuni microtoponimi (tra cui “Porto”) e toponimi locali come “Scafati”, richiamante le scafe per il trasporto delle merci.
A riprova della loro importanza, le acque fluviali erano oggetto di antichi culti religiosi da parte delle popolazioni locali, come testimoniano alcuni affreschi pompeiani, tra cui quello della Casa del Larario (nell’immagine in alto), dove il dio Sarno, con un’anfora tra le mani, è raffigurato nell’atto di versare acqua nel fiume, solcato da una barca colma di derrate.
Ancora nel corso dell’Ottocento la piana del Sarno, nonostante la presenza di numerose paludi (bonificate dai Borboni), si presentava come un paesaggio organico e sviluppato, avvolto dai rilievi, vivificato dal fiume, aperto sul golfo di Castellammare e profondamente intriso della presenza delle numerose collettività che lo abitavano.
Oggi, nonostante le acque sorgive del fiume siano tuttora pulitissime (alimentano infatti l’Acquedotto Campano),  le condizioni della valle in cui scorrono sono però molto diverse.

Le acque pulite del Sarno alla sorgente “Foce”
Spettacolare vista notturna della piana del Sarno

I processi di urbanizzazione che, dalla ricostruzione postbellica in poi, sono cresciuti in nome dell’esigenza di uno sviluppo economico a senso unico, fondato sull’industrializzazione e sull’organizzazione in senso funzionale dello spazio, ne hanno infatti profondamente trasformato la fisionomia paesaggistica. A questi mutamenti territoriali si sono aggiunti, come si legge nel Rapporto della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle cause dell’inquinamento del Fiume Sarno (2006), altri fattori: le attività antropiche non coordinate, improprie e/o illegali (come l’abusivismo edilizio dilagante); un’articolatissima organizzazione amministrativa (il bacino del Sarno è infatti suddiviso tra le province di Napoli, Salerno e Avellino) che, di fatto, ha ostacolato ogni progetto pianificatorio unitario; il grave inquinamento delle acque fluviali, dovuto soprattutto ai reflui urbani abusivi, alle perdite da reti fognarie (inadeguate rispetto ai carichi da convogliare), agli scarichi direttamente in falda, alla pratica dei pozzi neri disperdenti, alla percolazione da aree adibite a discarica ma impermeabilizzate in maniera approssimativa (o, se abusive, non impermeabilizzate per nulla), all’uso spesso indiscriminato di fertilizzanti chimici, ai reflui di origine zootecnica (utilizzati come concime) e, infine, agli scarichi illegali delle industrie (stabilimenti conciari, conservieri, cartari, tipografici e di altro tipo, a cominciare da quelli della lavorazione del marmo e della ceramica).

Stabilimento sarnese dell’Acquedotto Campano
Captazione delle acque sorgive del Sarno

Questa micidiale miscela distruttiva ha inevitabilmente provocato danni molto gravi al territorio e alla popolazione dell’agro nocerino sarnese: oltre ai problemi sanitari ed epidemiologici, già nel 1997 il rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità segnalava la presenza nella zona del fiume Sarno di un indice di mortalità per cancro e leucemia superiore del 17% rispetto ad altre zone del mondo.

Eppure, osservato dall’alto del Valico di Chiunzi, il panorama della Piana si presenta tuttora spettacolare, nella sconfinata distesa di luci delimitate dal mare e dall’inconfondibile sagoma del Somma-Vesuvio. Ma, al di là delle suggestive visioni notturne, la zona si presenta come un’area fortemente critica e precaria, con difficili prospettive di sviluppo, date le attuali condizioni.
Qualcosa si è cercato di fare in questi anni, attraverso l’istituzione di alcuni parchi (Parco Nazionale del Vesuvio, Parco Regionale del fiume Sarno e Parco Regionale dei Monti Lattari) e la messa in opera di una serie di depuratori in prossimità delle zone più degradate (tra cui Nocera, Scafati e Angri) attraversate dal fiume e dai suoi affluenti Solofrana e Cavaiola, affidati, dal 2008, alla coordinazione del Gen. Roberto Jucci, nominato Alto Commissario per la bonifica del fiume Sarno. Il Commissariato è però scaduto il 31 dicembre 2011, ma le politiche di risanamento del bacino fluviale proseguono grazie alla stipula, nel 2012, di un protocollo d’intesa tra Regione, Arcadis e l’Autorità di Bacino del Sarno per il Grande Progetto “Completamento della riqualificazione e recupero del fiume Sarno”, un’opera del valore complessivo di 217,5 milioni di euro, per la messa in sicurezza dell’Agro nocerino-sarnese e del bacino del Solofrana, rientrato nell’ambito del POR FESR CAMPANIA 2007-2013.
Nell’auspicio che i finanziamenti europei seguano il corso del fiume passo dopo passo e che gli addetti ai lavori agiscano operando direttamente sul territorio e non servendosi di fonti e rilievi obsoleti, c’è dunque solo da augurarsi che il progetto possa concretamente decollare, nella definitiva messa al bando delle infiltrazioni di ogni tipo.

Tratto inquinato del torrente Cavaiola
Tratto inquinato del torrente Solofrana
Le acque del Sarno nel depuratore di Angri
Le acque Sarno dopo il processo di depurazione

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