Occidente in crisi di rappresentanza e la ricerca della via maestra

Occidente in crisi di rappresentanza e la ricerca della via maestra
di Angelo Giubileo

Grande_scisma_1378La crisi del modello di democrazia rappresentativa è un fatto ampiamente discusso da tempo e quindi risaputo. Ma è bene che sempre se ne discuta, senza pre-giudizi, in cerca di soluzioni adeguate.

Con la caduta del muro di Berlino, Francis Fukuyama ebbe a dire che il modello di democrazia liberale si era definitivamente imposto e quindi aveva definitivamente combattuto e vinto le resistenze presenti in altri e diversi modelli di governance delle comunità e quindi degli allora stati mondiali. Clamorosamente smentito da quello che è avvenuto appena dieci anni dopo con l’attacco alle Torri Gemelle e quant’altro.

In buona sostanza, con l’avvento della Modernità, ogni modello di governance si caratterizza essenzialmente da un punto di vista giuridico, mediante la tutela e la garanzia di alcune condizioni essenziali del cittadino, che vi appartiene, e che sono quindi proprie di ogni (sia pur diverso) stato di diritto. Infatti, se assumiamo come presupposto l’esistenza di uno stato di diritto, allora riesce più difficile distinguere uno stato di diritto occidentale da uno stato di diritto islamico o anche dell’est asiatico o dell’area subsahariana o nordafricana o mediorientale, e così via facendo riferimento innanzitutto alle diverse e più ancora aree di crisi internazionali.
In un mondo cioè globale e solo in parte, minima, globalizzato.

La crisi del modello è emersa di recente anche in Italia, pur se stiamo a discuterne da almeno due o tre decenni. Secondo molti, se non i più, almeno fino a qualche tempo recentissimo, la crisi sarebbe piuttosto crisi di rappresentanza e non del modello rappresentativo. Sostengono questo, a viva voce, tutti coloro che reputano la nostra Costituzione la migliore o senz’altro una delle migliori al mondo, anzi la più bella. A costoro, vorrei soltanto dire che essa resta in gran parte inattuata, ed in particolar modo per ciò che prevede rispetto al ruolo ed alle funzioni dei cosiddetti corpi intermedi, e tra questi, soprattutto partiti e sindacati.

Ma, il ragionamento che più mi interessa è quello che viene poi svolto successivamente, e cioè che, dato che si tratta di crisi di rappresentanza, non è in discussione il modello di rappresentanza stesso, piuttosto il rapporto tra rappresentato e rappresentante: fare in modo cioè che il rappresentante tuteli e garantisca adeguatamente i diritti di ciascun suo rappresentato. Non sarebbe quindi tanto questione di istituzioni, quanto piuttosto di comportamenti. E a tale proposito, De Rita, ora presidente del Censis, si spinge al punto di sostenere – lui dice in contrasto con il Corriere della Sera stesso – che il tentativo maggioritario in atto nel nostro paese sia piuttosto quello di spappolare filtri e mediazioni intermedie, operazione che non lo convince ma neanche gli piace, per le modalità con cui si tende a procedere. Ci sente un sapore di prepotenza dell’opinione (lo abbiamo visto specie nel caso delle Province) che non tiene conto dei processi reali in corso …

E qui, sta esattamente il primo punto ora in discussione. Insisto nel dire che non si tratta di cosa fare, ma essenzialmente di comefarlo, ed è quindi questione di metodo, innanzitutto legalitario, che occorre ripristinare ma anche questione relativa al fatto se le attuali istituzioni rappresentative siano, semplicemente, in grado di farlo. Come i più, ora, cominciano a dubitare.

Rispetto a venti anni fa circa, l’intero mondo è cambiato, ma la nostra Carta continua a rimanere immutata e in parte, come si diceva, inattuata. Il fatto, ad esempio, che l’Unione Europea ci abbia costretto a cambiarla in ordine al principio del pareggio di bilancio è cosa che dovrebbe piuttosto invitarci a riflettere in generale sul reale potere delle nostre istituzioni e di quanto invece ne occorrerebbe per evitare di uscire dal(la competizione del) mondo globale.

Ed è qui, che risiede invece il secondo snodo di questa discussione. C’è un altro fatto, anch’esso indiscutibile, e che quindi fa parte anch’esso della realtà che cambia, è in parte già cambiata o, come dice il presidente del Censis, fa parte dei processi reali in corso. Il fatto è che due cose stanno cambiando, il soggetto del pensiero e il soggetto della comunità (si confronti, tra i tanti narratori, Michel Serres). Dato lo spazio e l’argomento di questo articolo sarebbe improprio discutere ora della prima condizione evidenziata del cambiamento in atto, ma per quanto riguarda invece l’insieme delle due condizioni stesse è del tutto evidente che il cambiamento riguarda il soggetto e questo in quanto membro di una comunità di appartenenza. In un mondo, che lo ripeteremo fino alla noia, è già globale.

 

P.S.: Nel libro di conversazione con Federico Rampini, La via maestra, il presidente Napolitano parla di cosa l’Europa dovrebbe fare e quale dovrebbe essere il ruolo dell’Italia nel mondo. Emersi dal punto di osservazione italiano più alto possibile, trovo comunque che i suoi giudizi siano assolutamente condivisibili. In particolare, nel testo emergono i punti di forza degli Stati Uniti, che appaiono tali da presagire un nuovo secolo americano. Con uno sguardo rivolto per l’appunto al futuro del nuovo secolo e non al passato del secolo scorso.

redazioneIconfronti

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