Odissea al volante, due ore e mezzo prigioniero in auto

Odissea al volante, due ore e mezzo prigioniero in auto
di Andrea Manzi
Disorganizzazione e disagi in questo week end
Disorganizzazione e disagi in questo week end

Sembrerà strano, ma nel mese di dicembre a Salerno c’è anche chi è “costretto” ad andarci per altro. Cioè non per le “luci”. E può accadere che la necessità di raggiungere il capoluogo si palesi di domenica. Alle 17.00. Le “luci” a quell’ora già incombono, la giornata è corta, il buio naturale ampio, gli spazi per “la favola” molto lunghi. Con animo ingombro di presagi mi avvio con mio figlio Carmine Maria. Partenza: imbocco della superstrada, ingresso di Fisciano. Siamo nel cuore della Valle tra il Solofrana e l’Irno, dove abitano alcune decine di migliaia di persone, tra cui moltissimi pendolari che hanno lasciato, negli anni, la Salerno cementificata delle immense periferie, che premono su un centro ritagliato addosso ai nuovi ricchi. C’è traffico, ma si procede. Dopo un chilometro e mezzo (sono le 17:10), superata l’area di servizio della IP, già si rallenta. Soltanto un avviso luminoso, prima della galleria di Cologna, segnala “possibili code per luci d’artista”. Si procede a singhiozzo, ci si ferma, si riparte. Il tempo mette i calzari di piombo e ad allungarlo si aggiunge l’indisciplina degli automobilisti che non si incolonnano e, all’altezza dello svincolo, trasformano l’imbuto in tappo aderente. Sono circa le 18:00 quando ci avventuriamo nella discesa di Fratte. L’alternativa è uscire e tentare via Irno oppure puntare su Salerno nord e scendere verso il centro da via Alfonso Gatto, o da via Pio XI per raggiungere via Michele Vernieri. Non c’è alcuna indicazione né tantomeno una pattuglia che faccia da info volante. Saliamo verso Salerno nord. La situazione sembra incoraggiante. È un’illusione: cento metri e ci fermiamo. Il passo non è più d’uomo ma di lumaca. Altri venti minuti (sono, intanto, le 18:25) ed entriamo in galleria. La percorreremo in dodici minuti. L’aria è irrespirabile. Altro quarto d’ora per l’uscita. Qui non c’è una sola pattuglia di vigili ma ne troviamo due a sbarrare la strada nelle due direzioni. In pratica, verso Salerno, non si scende né da sinistra né da destra. L’unico percorso consentito è la ripresa del raccordo verso Fratte, cioè nella direzione da cui stavamo provenendo… Il centro è interdetto a chilometri di auto. Rabbia e claustrofobica frustrazione si contengono a stento. Un’ambulanza passa a fatica. Qualcuno però non regge e urla, a un giovane vigile, che questa storia è una vergogna. Il ragazzo in divisa abbassa gli occhi e risponde: “Lei ha ragione, ma proceda per favore”. Rientriamo così in superstrada, direzione Fratte. Incredibile a credersi, ma anche in questa direzione si sta creando la colonna; lentamente, però, si avanza. Usciamo, evitiamo la tangenziale e tentiamo di agguantare il centro, deviando a destra, all’inizio di via Irno, procedendo verso il Teatro Ghirelli. Puntiamo su piazza Montpellier, ma ci fermiamo dopo un centinaio di metri. È un blocco persistente, tenace. Non c’è scelta, la soluzione è una soltanto: tornare a casa. La possibilità c’è ed è da prendere al volo: svoltare a destra e attraversare la parallela di Calata San Vito. Più avanti non sarebbe possibile farlo. Toccherà così a mio figlio, un ragazzo di tredici anni, raggiungere a piedi Salerno per portare a termine l’ormai epica impresa. Io e altri automobilisti, mestamente, rivarchiamo la porta di Fratte, inoltrandoci verso la Valle dell’Irno, lasciandoci alle spalle il devastante riflesso delle luci. Il ritorno alla base avviene che sono ormai le 19:35. Salerno ha alzato un muro da fortezza inespugnabile che respinge tutti, nonostante si agghindi a festa e inviti ospiti che non può accogliere. L’anima della città implode in un neo (dis)umanesimo fosforescente. Il degrado organizzativo ha trasformato l’equivoco (anti)estetico delle “luci” in un delirio conclamato. E i bagliori variopinti, per molti, si oscurano prim’ancora della visione parossistica. Un ossimoro latente, questo della luce che sfoca nel buio, un linguaggio inespresso che fumiga nel brodo primordiale del senso. Ma non è vero, dunque, quanto afferma il “doppio” della divina cifra: “A Salerno le parole e le luci ci sono perché le ho portate io!”.

(da Il Mattino dell’8 novembre 2015)

redazioneIconfronti

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