Odissea A/R, un viaggio che delude

Odissea A/R, un viaggio che delude

Odissea A/R
(liberamente tratto da Omero)
testo e regia di Emma Dante; con gli allievi attori della
“Scuola dei mestieri dello spettacolo” del Teatro Biondo di Palermo.
Napoli, Teatro Bellini


di Francesco Tozza

È davvero difficile mantenere alto il livello delle proprie prestazioni, specie quando si è dato tanto, forse il massimo; ben lo ha capito il mondo dello sport, i cui protagonisti si guardano bene dal teorizzare, o comunque praticare, “la lunga durata”. Molto meno lo si è capito nel mondo dello spettacolo, per comprensibili motivi in verità, visto che qui i guadagni, tranne pochissime eccezioni, non sono certo guadagni dell’altro mondo (in tutti i sensi!), mentre molto spesso entrano in ballo più o meno incontestabili ragioni di sopravvivenza. Simili osservazioni ci venivano in mente uscendo dal Bellini di Napoli l’altra sera, anzi l’altro pomeriggio (abbiamo potuto vedere, infatti, la replica pomeridiana dello spettacolo, il giorno dopo la prima), avendo assistito alla più recente offerta teatrale di Emma Dante (Odissea A/R) una lettura molto sui generis del poema omerico (e non poteva che essere così, ovviamente, conoscendo il teatro della grande Siciliana), in parte però – a nostro avviso, almeno – deludente questa volta, per i rischi che cominciano ad annidarsi nella sua pur assai creativa diversità; primo fra tutti quello (certo in parte inevitabile) della “ripetizione dell’identico”.
odiessea_arAbbiamo seguito Emma (così, semplicemente, ci piace ancora nominarla, come quando per la prima – e unica – volta riuscimmo ad incontrarla, e a parlarle brevemente, nella sala del San Ferdinando, al termine di una sua stupenda Cenerentola, fiabesca, crudele e misteriosa al tempo stesso, offerta quasi in incognita, in una preziosissima mattinata, ai ragazzi di alcune scuole napoletane; certamente più intrigante della farraginosa Cenerentola rossiniana, della quale ha curato la regia più di recente, per l’Opera di Roma). L’abbiamo seguita – e inseguita direi! – sin dagli esordi, o quasi: la sua “trilogia della famiglia” fu una rivoluzione e una rivelazione nel teatro italiano (dopo, non solo in quello), l’eruzione di un’antropologia disperata tradottasi in lingua scenica, violenta, aggressiva, perdutamente affascinante, prima di divenire (forse pleonastica) scrittura drammaturgica, che avrebbe comunque aggiunto alla profonda, più genuina incomprensibilità del comportamento scenico l’oltraggio chiarificatore, anche se morbidamente musicale, della parola incisa sulla pagina bianca. Vennero poi nuovi, sempre interessanti lacerti di una creatività, inquieta e inquietante, per la quale una critica ormai attenta nei suoi confronti, ma pur sempre tardiva, cominciava a cercare più o meno probabili precedenti, non senza qualche ingenuità (pretese eredità kantoriane), ma soprattutto qualche corteggiamento di troppo (piuttosto pericolose le eccessive carezze di una critica acritica!), mentre quella creatività, sempre insoddisfatta di sé (e per questo estremamente produttiva), andava espandendosi verso linguaggi limitrofi (cinema, letteratura, opera lirica), in direzione anche, e meritoriamente, pedagogica (insegnare teatro alle nuove generazioni); in ogni caso per l’esigenza di sperimentare ma anche, se non soprattutto, per la voglia di contaminarli fra loro e aggredirli tutti, quei linguaggi, dal di dentro. I risultati non sono mancati, ovviamente (e non è certo qui il caso di segnalare le tappe di un percorso abbastanza noto, da noi puntualmente e con ammirazione seguito): risultati spesso strepitosi, giocoforza diseguali, con una cifra di una forte teatralità sempre a contraddistinguerli.
Inizia a farsi sentire però – ecco il punto – qualche segno di stanchezza, tradito da talune ripetizioni, qualche autocitazione di troppo, soprattutto una evidente banalizzazione nella drammaturgia della parola (che comunque non è stata mai il forte nei lavori della Dante, molto più interessata – lo si sa bene – alla drammaturgia del corpo, nella quale non teme rivali). Lo si osservava – per tornare alle perplessità di cui si diceva all’inizio – a proposito di questa Odissea, spettacolo erroneamente esplicativo già nel titolo (a/r): andata e ritorno di un viaggio, in realtà senza effettive coordinate spazio-temporali, perché qui è in gioco un luogo dell’anima, la metafora di un racconto che non ha ieri o oggi, fatto di attese e fantomatiche presenze che il palcoscenico offre, strappandole alla immobile eternità del mito, attraverso il silenzio loquace (esso sì) dei corpi, la grammatica dei loro gesti, che non hanno certo bisogno della semantica di pleonastiche espressioni verbali. Le quali invece ritornano, non solo nel sempre fascinoso dialetto siciliano di alcuni personaggi (dando voce, per esempio, alla provocatoria volgarità dei Proci o alla concreta passionalità delle ancelle di palazzo), ma più spesso nei ridondanti dialoghi in lingua che vogliono cucire i fili di una trama, evidentemente attualizzata, che viene però meglio espressa dal materiale povero di vecchi artifici scenotecnici che accompagnano la sempre efficace loquacità dei corpi, appunto: bacinelle piene d’acqua che diventano mare, lacrime e sangue; strisce di carta che diventano onde; tessuti di seta che si fanno vele di una nave o, nel loro interminabile fluire fra le mani degli attori, nascondimento nonché luttuosa difesa di una Penelope, sempre più insidiata dalla volgarità dei Proci; braccia perfettamente avvinghiate che mimano il movimento dei remi, ecc.).
Le parti migliori dello spettacolo – lo si è capito – sono dunque, ancora e sempre, quelle in cui la realtà non è detta (magari nella recitazione, a volte qui ancora acerba, dei giovani attori), ma riscritta nella estrema fisicità degli stessi (davvero bravi, invece, nella componente coreografica dello spettacolo, per più aspetti quasi un musical), grazie al lavoro di montaggio della regista fra musica, luci, danza, e una costumistica tanto più dirompente quanto più essenziale.
Tracce dunque non mancano di quella che saremmo tentati di definire una passata grandezza; ma non osiamo ancora dirlo, perché sicuramente Emma D. ha ancora molte frecce al suo arco, come il suo Odisseo del resto, nella scena finale (la battaglia con i Proci) di questo suo spettacolo, calorosamente applaudito l’altro giorno da un pubblico in gran parte giovanile (finalmente!), per il meritorio coinvolgimento di qualche istituto cittadino da parte del Bellini. Giovani (studenti) che applaudivano altri giovani (i 23 attori della “Scuola dei mestieri dello spettacolo”, che al Biondo di Palermo hanno avuto per un biennio la loro maestra in Emma D.). Evidentemente, per loro, erano novità quelle che talvolta a noi sono parse solo ripetizioni, e forse è bene (oltre che bello) che ciò avvenga, specie di questi tempi, in cui si ha tanto bisogno che il teatro torni a essere fruito, non importa se nuovo o vecchio, addirittura spento. I vulcani spenti, del resto, (e si sa che Emma viene dalla regione che ha l’Etna!), spesso son quieti, sembrano emettere solo fumo; poi, improvvisamente, eruttano, emettendo nuovamente lava e lapilli.

redazioneIconfronti

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