Oh les beaux jours: l’invenzione della memoria per sopravvivere

Oh les beaux jours: l’invenzione della memoria per sopravvivere
di Francesco Tozza
Il teatro Ghirelli di Salerno
Il teatro Ghirelli di Salerno

Aveva ragione una nostra cara ed acuta amica, venuta anche lei ad assistere all’attesa, nuova interpretazione del celebre testo beckettiano (da parte di Nicoletta Braschi, per la regia di Andrea Renzi), quando parlava – già nel breve intervallo fra i canonici due tempi in cui è divisa la pièce – di una Winnie-Marilyn, più fatua che disperata, ingenuamente allegra più che tragicamente preoccupata dalla situazione in cui è ormai costretta a vivere (ma – si sa – le corde del tragico e del comico si alternano nel lungo monologo del personaggio, al punto da non travalicare il limite di un se pure inquietante grottesco). L’accostamento alla celebre diva di Hollywood, certamente facilitato (forse più o meno consapevolmente perseguito) dal trucco, in più momenti da gesti, tic, comportamenti scenici, tonalità stesse del vaniloquio di Winnie, risulta meno avventato o gratuito di quanto inizialmente potrebbe credersi; peraltro, in una lettura del testo, da parte di Renzi, più cinematografica che teatrale, magari in omaggio alle ascendenze attoriali – e alle persistenze recitative – della Braschi, legata, nonostante le più recenti esperienze pinteriane con lo stesso regista, ad un universo espressivo (quello filmico) che, se fortunatamente fa a meno di certe venature retoriche che tuttora invece imperversano sui più tradizionali palcoscenici di prosa, manca tuttavia di quella continuità d’impostazione vocale, di quella tenuta coerente pur nell’indispensabile  variegatezza delle sfumature, che la scena, assai più dello schermo, riesce a mantenere. Che è poi il motivo per cui grandi attori di teatro, in un passato più o meno recente, hanno offerto ottime performance nelle pellicole interpretate, mentre assai di rado è avvenuto il contrario, senza che per questo si voglia teorizzare l’impossibilità del travaso fra i rispettivi specifici: anzi, si sono talvolta verificati interessanti casi di contaminazione (l’ormai abusata parola, utile tuttavia ad esprimere il concetto).

Nel caso in questione c’era – come aggravante – l’enorme consistenza drammaturgica del personaggio, vero banco di prova per grandi attrici: da Madeleine Renaud a Laura Adani, prime interpreti – almeno in Italia – del ruolo appena uscito dalla penna dello scrittore, nella prima metà degli anni sessanta; estremamente affascinato, quasi attonito, riuscì ad applaudirle anche quel giovane studente universitario che allora era il sottoscritto (esponente di una generazione che andava a teatro abbastanza presto, già al liceo, se non prima, nei casi più fortunati). Anche di recente non sono mancate altre illustri edizioni di questo indubbio, e forse sempre più attuale, capolavoro: quella, per esempio, firmata da Peter Brook per la moglie Natasha Parry (ma è una bestemmia definire la grande attrice inglese col suo legame coniugale al noto regista, anche se certi errori continuano a ripetersi….!), vista al Palladium di Roma nel ’97 (se la memoria non ci tradisce), e l’altra, diretta da Robert Wilson, con una magnifica Adriana Asti, approdata anche nella vicina Napoli, appena qualche anno fa. Oh le beaux jours: davvero è il caso di dire, prendendo a prestito l’intitolazione della stesura francese del lavoro, operata dallo stesso Beckett e da noi preferita, perché meglio della precedente sembra declinare i toni melanconici con la sottile ironia che pervade tutto il testo.

I confronti, si sa, non si fanno, e non è nemmeno giusto farli, anche se è difficile sottrarsi alla damnatio memoriae; la quale – com’è noto – nel ricostruire i ricordi li dilata, li mitizza, li reinventa anche, offrendo magari ottime stampelle (giorni felici!) ad una sopravvivenza altrimenti amara. E tuttavia quell’idea di una Winnie-Marilyn ci piaceva: forse meritava un ulteriore svolgimento, una più coraggiosa tessitura della scrittura scenica. E Winnie, per dirne una, anziché intonare il valzer della Vedova allegra, avrebbe potuto cantare Bye Bye baby. Ma forse è pretendere troppo ormai, anche dagli esponenti delle più o meno recenti avanguardie (Renzi è, certo, fra questi). Il teatro di parola, tornato ad imporsi, continua a esigere da tutti rispetto, filologia. E, almeno in casi come questo, ne ha ben validi motivi.

Il vecchio stile! E adesso? È ancora lecito parlare del tempo? C’è così poco di cui si possa parlare. In ogni caso, e per fortuna, ci sono i classici. Uno se li scorda, i classici. Oh, non tutti. Una parte, una parte resta. È questo che trovo meraviglioso, una parte resta, dei classici, ad aiutarci a passare il giorno. Eh sì, una grazia, una vera grazia! Verissimo: hai sempre e tuttora ragione, vecchia, cara Winnie!

redazioneIconfronti

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