Orazio Costa caposaldo del teatro contemporaneo

Orazio Costa caposaldo del teatro contemporaneo
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Con il seminario dedicato ad Orazio Costa si chiude, per quest’anno, il primo ciclo d’incontri dedicati ai maestri della scena del Novecento tenuti presso il teatro del Liceo artistico “Sabatini-Menna”. Un’iniziativa a cura della scuola e dell’associazione teatrale “Icra Project” di Napoli, intesa ad un potenziamento delle discipline teatrali nell’ambito della propria offerta formativa. Gli incontri si sono avvalsi anche della collaborazione della collana di teatro contemporaneo “corponovecento”, che oltre alle sue pubblicazioni intende da sempre promuovere sul territorio la diffusione della cultura e dell’amore per il teatro e i suoi protagonisti. Infatti, Orazio Costa è stato uno tra i maggiori interpreti della rinascita delle scene italiane del secondo dopoguerra. Sulla scia dei suoi maestri, Silvio D’Amico e Jacques Copeau, Costa ha rappresentato il modello di una regia attenta al nuovo e, al tempo stesso, alla tradizione coniugata ad un forte rispetto per la parola del testo da rappresentare. Niente eversioni e grotteschi sconvolgimenti, tipici di regie avanguardistiche e iconoclaste, ma ascolto attento della parola del poeta per poterne rappresentare, attraverso attori consapevoli di una responsabilità nuova, la loro più autentica ed efficace verità. Sorretto da solidi studi letterari, si era laureato con una tesi sui dialoghi nei “Promessi sposi”, nel 1937 si diplomò in regia presso l’Accademia, divenendone dopo qualche anno il docente di riferimento per oltre circa trent’anni. Intere generazioni d’attori si sono formati al suo magistero. A tale riguardo, Giancarlo Sbragia, diplomatosi in Accademia nel ’47, lo definirà : “ (…) il più grande scopritore di attori del nostro paese, almeno il 70% dei più significativi interpreti italiani è stato suo allievo”. Ma il suo apporto non sarà significativo soltanto nel campo della pedagogia teatrale. Nel corso della sua lunga attività firmerà centinaia di regie, imponendo in qualche modo questa nuova figura seppure in ritardo sulle nostre scene. Intenderà il suo ruolo come colui che “crea alla rappresentazione una coscienza spirituale, che ne fa una cosa viva ed attuale”. Un bisogno, il suo, di restituire al teatro più che un impegno esclusivamente intellettualistico o soltanto dialettico, una più profonda necessità. In questo, il suo problematico cattolicesimo, sarà determinante. Nel suo repertorio eclettico e vario, spiccheranno non solo l’amato Alfieri, Ibsen e Pirandello, ma soprattutto i suoi quasi contemporanei Betti e Fabbri, con la loro scena tribunalizia così carica di doloroso tormento ed espiazione. E, poi, il mito e la nostalgia del “coro” tragico. Ecco, Costa voleva recuperare nel teatro moderno la necessità di un “coro” che fosse espressione e rappresentate autentico della comunità. Da qui, la sua predilezioni per le Laudi medioevali dove la poesia riacquista ala lettera il suo potere di incantesimo e stupore mistico.

In copertina, Orazio Costa mentre legge pubblicamente il suo testamento artistico e morale

redazioneIconfronti

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