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Paestum e il (necessario) racconto della cultura

Paestum e il (necessario) racconto della cultura

In questo articolo Paola Villani, presidente del Corso di laurea in Progettazione e Gestione del turismo culturale dell’Università  Suor Orsola Benincasa di Napoli, anticipa i temi del suo intervento al convegno organizzato dal Pd questa sera alle 19,30 a Paestum, nella piazza della Basilica Paleocristiana, sul tema “Il futuro della Valle del Sele ha un cuore antico: la proposta dei riformisri”, con interventi di Federico Conte, Umberto Del Basso de Caro e Massimo Paolucci.

di Paola Villani 
Il paesaggio di Paestum in una veduta del 1898

Il paesaggio di Paestum in una veduta del 1898

Questa estate 2014 sarà forse ricordata, almeno in Campania o nel mezzogiorno, come la stagione del Cilento, un territorio molto vasto e diverso, sfrangiato e ‘difficile’ (in ambito geografico ma anche antropologico oserei); un territorio che ha scontato – come gli altri – il calo di presenze che ha coinvolto la regione e il mezzogiorno, ma che ha anche saputo dimostrare grande dinamismo e vitalità e che sta conquistando punti all’interno del turismo nazionale e internazionale. Eppure, in questo lembo fecondo della Campania che è sempre più al centro dell’attenzione di operatori, istituzioni e singoli viaggiatori in Italia, resta ancora molto alta (il 30 per cento del totale dei visitatori 2014) la percentuale di quanti si recano in Cilento senza prestare troppa attenzione ai templi di Paestum, senza neppure conoscere l’area archeologica di Velia. La parola Cilento continua ad evocare (e a buon diritto anche grazie al parco nazionale e a cale marine indimenticabili) un territorio attrattivo per le bellezze naturali e paesistiche, per spiagge collocate ai primi posti delle classifiche italiane, e per percorsi naturalistici che si collegano direttamente anche al turismo enogastronomico. E in questa cultura del cibo ormai sempre più matura, ma forse anche sempre più ‘aggressiva’, si individuano nel Cilento veri, concreti presidi di una Natura antagonista a una falsa civiltà, presidi di ambienti, spazi, uomini e sistemi produttivi che seguono i ritmi e i luoghi della natura, cercando di non usarle violenza. Una vaga immagine di località edenica, che va promossa, raccontata e messa a sistema, partendo proprio dal tema delle infrastrutture e dell’accessibilità. Ma soprattutto una immagine ‘naturale’ che va ancora affiancata al senso di una Storia che ha scritto alcune delle sue pagine migliori proprio in queste lingue di terra. Rischiano cioè di dimenticarsi le tradizioni millenarie di luoghi che sono in prima fila sul palcoscenico della cultura, protagonisti di scuole filosofiche o artistiche che addirittura precedono la Grecia.

Basta leggere il Platone in Italia di Vincenzo Cuoco. Il singolare protagonista di questo ancor più singolare (e precoce) romanzo epistolare, Cleobulo, segue il suo Maestro in un originale Tour delle città greche nell’Italia meridionale. Tappa d’obbligo per questo allegorico, e fantapolitico, Grand Tour di un aspirante italiano in Italia non poteva non essere Paestum, scenario privilegiato per la graduale costruzione di un mito ‘italiano’ della classicità, sulle tracce di una native culture che doveva precedere la cultura greca e la fondarla fecondandola.

Il romanzo di Vincenzo Cuoco è davvero il racconto di un Grand Tour letterario e filosofico più che fisico, che attinge alla letteratura più che alla memoria biografica. In un’opera dai discussi esiti artistici, Cuoco ci offre una grande operazione culturale e politica oltre che letteraria: un tassello alla costruzione di una alternativa ‘italiana’ all’ellenismo, in un parallelo-scontro Atene-Italia, quasi dialogo tra due ‘personaggi’ ancora tutti da costruire, in particolare il secondo, l’antagonista, un’Italia che per il Cuoco lettore di Vico si identifica con l’Italia meridionale. Tesi affascinante, che per secoli ha attratto per secoli alla piana del Sele viaggiatori da tutta Europa. Turisti eccellenti diremmo oggi, affascinati dalle rovine, dalla memoria del gusto dorico, ma anche dalla suggestione della scuola filosofica di Elea e dalla città di Velia.

Perché non recuperare i fili di questa tradizione e rendere la cultura la nuova protagonista della piana del Sele? Un patrimonio materiale e immateriale che deve esser messo in grado di raccontare, in un progetto ambizioso che sappia dar vita alle rovine, far parlare pietre e luoghi e tornare ad affascinare il mondo con nuove storie. Perché in fondo la meta turistica non è un luogo fisico, una pietra o un fatto, ma un unico grande racconto, una suggestione. Un sogno.

 

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