Pakistan, l’immenso gigante dai piedi d’argilla

Pakistan, l’immenso gigante dai piedi d’argilla
di Carmelo Currò

PakistanSposePeriferie del Cristianesimo e caposaldi delle moschee, cieli posseduti da droni e giorni carichi di tensioni. Il Pakistan è la grande Nazione in cui convivono infinite anime che hanno la pretesa di volersi muovere per il bene delle sue popolazioni e che tuttavia vivono quotidianamente le drammatiche contraddizioni che scuotono ogni colosso politico. Antico amico della Cina, diffidente dell’India induista, vicino dello scomodo Afghanistan, sbocco sui mari caldi delle Potenze settentrionali. Le rivalità ereditate dalla storia interna e dalle contese fra Inghilterra coloniale e Russia zarista, si ripropongono con uomini, ideologie e mezzi nuovi, ingorgando i vicoli delle città, i sentieri di confine e le grotte sui monti, di storie e di trame che avrebbero fatto la gioia di Verne o di Kipling e che oggi ispirano film e documentari.
Il Pakistan sta nell’occhio del ciclone e non può che lanciare allarmi o assistere alle proprie devastazioni, senza attuare un piano convinto di messa in sicurezza delle sue strutture. Il recentissimo attentato che ha devastato una chiesa uccidendo i fedeli nel pieno della Messa dimostra proprio la debolezza di questo come di qualsiasi Paese che venga sconvolto dal terrorismo e dalle discordie, e dimostra come gli estremisti non abbiano compreso che i Cristiani di nazionalità pakistana siano sempre e comunque cittadini che non chiedono altro se non di compiere il proprio dovere civile, e non quinte colonne del mondo occidentale. Come l’ancor più recente attentato al mercato di Peshawar dimostra quanto poco interesse i terroristi abbiano per la vita dei loro stessi correligionari.
Troppo spesso le masse frettolosamente indottrinate, composte anche da tanti giovani che su Facebook postano le loro foto mentre impugnano fucili, pistole e armi di ogni genere, ignorano la storia stessa del mondo musulmano: per esempio l’accoglienza entusiasta che nell’alto medioevo molte comunità cristiane del Medio-Oriente tributarono ai conquistatori che aderivano all’islamismo, poiché nei nuovi Governanti vedevano un regime molto più libero e aperto di quello che gli imperatori bizantini avevano loro imposto. Sorvolano la venerazione per Gesù, la Vergine Maria, gli antichi patriarchi che accomunano Cristiani e Musulmani in preghiere e pellegrinaggi. Troppo spesso la storia distorta delle Crociate ha fatto immaginare l’Occidente cristiano come il nemico che avanzava per saccheggiare e uccidere; dimenticando che gli stessi Cristiani quando cedono alle tentazioni malefiche dell’interesse e della sopraffazione, sono pronti a saccheggiare ed uccidere i propri correligionari, così come è accaduto in ogni epoca, in tante parti del mondo. E così come del resto hanno fatto atei o persone di ogni religione, specialmente nel triste XX secolo e specialmente quando i fanatici sono convinti di parlare in nome di Dio. I campi di concentramento sovietici, i campi di sterminio nazisti, le bombe atomiche sul Giappone, gli abomini cambogiani, gridano ancora quest’odio e sempre odio, perché in realtà tutti coloro che hanno messo in pratica gli eccidi, parlano e agiscono in nome del diavolo, in nome del nemico del genere umano che si compiace del sangue come in un mostruoso tributo pagano.
Non solo il Pakistan ma tutta l’area centro-asiatica possono essere risucchiati nel vortice dell’implosione e della decadenza. Il rischio di “afghanizzazione” e di “decomposizione” della regione sono già stati esaminati da molto tempo, e possono subire in qualsiasi momento un processo di accelerazione per importanti “fattori di lungo periodo” come l’esplosione demografica, la crisi ecologica, la carenza di risorse idriche, la criminalizzazione e il degrado sociale (cfr. F. Vielmini, Il ritorno della Russia, in “Limes”, supplemento al n. 4 del 2001, pp. 129 e ss.). L’analisi non è stata superata dagli avvenimenti poiché sono sempre vitali i consueti elementi di pericolo globale in cui il terrorismo di ogni matrice può individuare gruppi e persone in grado di colpire la società.
È giusto che il Pakistan, come le altre Nazioni e gruppi di prevalente religione islamica, individuino i programmi e gli strumenti in grado di far crescere le proprie comunità. Io non ho mai creduto nella supremazia di società prevalentemente laiche. La legge, gli obiettivi e la discussione possono essere benissimo fondati su principi religiosi ben più elevati di articoli legali e di mode intellettuali, anche se le migliori legislazioni sono spesso edificate su elementi di Diritto naturale, e perciò su quei valori universali che Dio ha scritto nel cuore di ogni uomo. Del resto, chi può ignorare quanta forza abbiano avuto in questo periodo il peso della preghiera e le speranze dell’opinione pubblica? La giornata di preghiera indetta dal Papa per la pace in Siria non solo ha ricevuto l’adesione dei Cattolici di ogni continente ma è stata accolta con soddisfazione in tutto il mondo, dimostrando che le preghiere e la fiducia in Dio riescono a muovere le montagne molto più che le armi e le minacce.
Quanti parlano la lingua urdu, prodigiosa mescolanza di arabo, hindu e persiano, non possono dimenticare che, se pur nata anche negli accampamenti militari, essa si è sviluppata di pari passo nelle case, fra i mercati, nelle corti e nelle composizioni dei poeti. La società islamica può e deve ricordare che essa ha potenzialità ben diverse da quelle che si è spesso creduto fin dall’epoca del colonialismo. Quando i rappresentanti inglesi reputavano che i sudditi musulmani fossero molto più conservatori e di mentalità chiusa di quanto non si ritenesse per altre popolazioni di diverse religioni che abitavano l’Impero indiano. Idea riduttiva che la regina Vittoria, spesso in disaccordo con i suoi ministri, non condivideva, come dimostra una lettera al Sultano di Turchia in cui, nel domandare assistenza pratica ai pellegrini che dall’India si recavano ogni anno alla Mecca, affermava che i Musulmani dell’Impero erano al di sopra di ogni lode.
Nelle ultime settimane la responsabilità e le capacità dei Governanti islamici hanno dimostrato quanto importanti siano la comprensione, l’apertura e la chiarezza. I presidenti siriano e iraniano hanno compiuto le scelte attese da tutto il mondo, compiendo i passi necessari per il conseguimento della pace e di quella stessa sicurezza interna indispensabili alle loro società, minacciata da forze che proclamano la libertà ma con la violenza e con le armi. Il fatto che l’arsenale chimico di Damasco sarà consegnato alle Autorità internazionali, e che l’Iran abbia dichiarato di non voler procedere alla realizzazione di una bomba atomica, devono ora trovare un’immediata corrispondenza da parte dei Paesi occidentali, della Russia e della Cina. Tutte queste Potenze devono operare affinché l’Asia centrale non venga più considerata solo come un’area di interesse strategico o l’immenso deposito di materie prime su cui contendere e competere ma un mercato di interesse cruciale per tutto il mondo; un’area che può trasformarsi essa stessa in importatrice di beni, tanto più importante quanto più politicamente stabile e socialmente sicura sarà in grado di diventare.

redazioneIconfronti

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