Palermo e Salerno: il “doppio” senso della storia

Palermo e Salerno: il “doppio” senso della storia

 

di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Prende corpo a Palermo il museo dell’antimafia, un luogo che l’amministrazione comunale destinerà espressamente alla conservazione e fruizione di documenti relativi alla lotta alla mafia. Non è l’abituale (e pur utile) spazio da dedicare alla comprensione della mafia e degli uomini che l’hanno resa famosa in tutto il mondo, che in varie circostanze è diventato un topos per celebrare –ahimè- la vita opulenta del mafioso, il suo comportamento e il suo lessico. È, invece, un’occasione per mettere in luce l’operato di quanti, magistrati, politici non corrotti e uomini dabbene, hanno operato, lottato e in qualche circostanza vinto contro il bubbone dei bubboni. Il museo conterrà gli atti del maxiprocesso alla mafia, con migliaia di documenti disponibili per quanti vorranno saperne di più. Documenti sinora consultati solo da qualche politico e da alcuni giornalisti. Insomma, un sito che il comune ha voluto individuare, dopo oltre dieci anni dalla proposta, per far crescere il senso civico dei palermitani e, in senso lato, dei siciliani, un impegno per la memoria, per tenere viva la fiamma di un passato che non deve morire e che deve restare uno straordinario monito per le coscienze, per la legalità e il senso di giustizia che deve accompagnare una comunità.

Prende corpo a Salerno, per decisione della Provincia, il tentativo di vendere il palazzo dove è ubicata la sede, storica, dell’Archivio di Stato, che contiene centinaia di migliaia di documenti relativi alla storia dell’intera provincia e di tutte le sue comunità, grandi e piccole, degli ultimi secoli. Uno scrigno preziosissimo di memoria storica, una fonte di studio immensa e gigantesca, come attestato semplicemente dall’esistenza al suo interno di ben otto piani strapieni di faldoni, fascicoli e incartamenti storici. Un museo dei documenti, mi piace individuarlo così, dove quelle magnifiche carte possono rivivere grazie allo studio di docenti, studenti, laureandi, dottorandi, semplici cittadini, per ricerche che rappresentano il nodo cruciale della vita dei nostri padri e avi, e, dunque, di noi stessi. La ricostruzione di tutto quanto è avvenuto nelle nostre terre passa per l’Archivio, dalle lotte per la terra al Risorgimento, dalla vita di donne e uomini all’operato delle istituzioni, dai briganti ai rapporti di polizia, dal Rinascimento al fascismo. E questi non sono che esempi di ciò che è possibile studiare.

Due città, due comportamenti agli antipodi, in cui si mischiano e si confondono le responsabilità e i meriti della classe politica; da una parte l’insensibilità verso la cultura, la goffaggine di menti che non riescono a comprendere il valore della storia e della sua ricostruzione, dall’altra il desiderio di regalare alla città spazi di sapere e di riflessione, di coltivare la memoria e i rami colmi di frutto degli alberi del sapere.

Certo, se una classe politica propina a iosa luci e ninnoli, consumismo e gusto dell’effimero, ad essa finiscono per appartenere anche un popolo e le sue generazioni future, invitate (e costrette) a non leggersi dentro, come la storia induce a fare, ma a specchiarsi nelle palline colorate della rozza arte dei lustrini e delle paillette, metafora della “cultura” di questi tempi grami.

 

* docente di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

redazioneIconfronti

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