Home
Tu sei qui: Home » Editoriali&Opinioni » Papa Francesco, nel mondo dei primati arriva il profeta degli ultimi

Papa Francesco, nel mondo dei primati arriva il profeta degli ultimi

Papa Francesco, nel mondo dei primati arriva il profeta degli ultimi
di Andrea Manzi

papa_francescoL’emozione è stata la cifra dell’evento.
Era inattesa l’elezione di Papa Francesco.
Sarà stato anche l’antagonista di Ratzinger, qualche anno fa, ma pochi lo sapevano.
Era rientrato, questo timido e tentennante gesuita-francescano, nella zona d’ombra della fraternità povera, dopo il conclave-spartiacque della post-modernità, quello che lanciò un ponte dal papa-simbolo al papa e basta; un conclave che si sarebbe lanciato con i suoi messaggi lungo la prospettiva dei confini, delle frontiere, dove vive la chiesa delle retrovie, quella che non scansa ma affronta il mondo in fiamme, la chiesa della cristianità povera, dimessa, sfigurata dal bisogno.
È stato eletto un Papa che non era un papabile, e non lo era proprio perché lo era fino in fondo e fin dal principio. Un papa, emerso dal nulla come una verità insospettabile; un papa che ha pregato come primo atto della sua missione, si è affidato cioè alla più disperata e convinta richiesta di aiuto urlata in una notte di marzo a quegli ultimi che sono, poi, i figli troppo spesso negati e negletti da un Dio che tace e muore nel brontolio cupo e accidioso del mondo.
Papa Francesco è un papa di frontiera, un papa che ama i poveri e si incammina lungo quel crinale apocalittico della cristianità impotente e, ad un tempo, speranzosa.
Nel tempo del clamore, dell’umanità vociante, dei disperati abbracci con il consumismo rassicurante e oltraggioso, dell’edonismo che impregna la politica di potentelli programmati dalla civiltà ad unica protezione dei loro averi e affari, spunta sul soglio di Pietro un uomo che viene dai labirinti di fuoco dell’America povera e perciò liberabile, dove la ricchezza di pochi umilia le sterminate rappresentanze del bisogno e il ballo, nelle notti di Baires, esorcizza la paura della morte e si avvita, con il calore di corpi febbrili e avidi, nei deliri e nelle sbornie.
Pochi hanno ricordato che Papa Francesco, tra i letterati che conosce e studia, ama più di tutti Borges, l’abitante dei labirinti di pietra e di sabbia, “lo sterminato lettore” di Virgilio, Dante, Cervantes, letterato triste e partecipe che fu con la sua vita un capitolo irripetibile della Storia dello Spirito.
La cultura e la fede, l’angoscia per una condizione umiliante e la certezza che una luce dopotutto c’è e verrà per tutti, e verrà dalla Parola che è il “materiale” più povero e invisibile che l’umanità riesce ad esprimere: questo Papa viene da qui, dal rovello del dubbio apocalittico che spesso non apre più alla speranza, dalla coscienza del limite, dalla certezza del nulla che pullula sul dolore infinito e irriducibile… In quella glaciale e macabra negatività delle cose risiede la sfida di un paradosso vitalissimo, quello dell’esistenza di Dio che salva, redime e riedifica… Riedifica con umiltà, senza pompose certezze, lungo un cammino faticoso e impervio, su frontiere desolate scosse da venti ribelli che prendono d’infilata la vita e la scuotono come un fuscello nella sterminata solitudine  dell’umanità.
Solo quando tutto vacilla, senti Dio e senti vicini uomini come questo Papa e come Francesco d’Assisi, che sono i giganti della fragilità, le tragedie viventi nelle quali ansima la libertà che non cede e non cade. Sono uomini come me, come te e, perciò, forse, come Dio, che somiglia proprio a noi più che alla perfezione ideale e teorica declamata e imposta dalla Chiesa e riferita a una santità casta e perfetta, sospesa, dis-umana, irreale, disancorante.
Con Papa Francesco torna Borges, per il quale l’inesistenza di Dio fu “una brace, un pungolo, un tormento costante”. Il poeta più immaginifico e solenne del Novecento scriveva: “Melanconicamente non credo in Dio. Ma è così strano questo mondo che non si può escludere la possibilità di un essere onnipotente”. Una “creazione” audace, quella di un essere superiore che ci ama, ma anche per Borges quell’essere superiore che ci sovrasterebbe, cioè Dio, non poteva appartenere soltanto alla letteratura fantastica. E Papa Francesco legge Borges, questo è certo.
Come è bello e rassicurante un Pontefice che ama il poeta di Buenos Aires e, con lui, il vertiginoso labirinto dove le ombre (di Eraclito e di Valery) si rincorrono nelle spire del dubbio, nell’angoscia di una teologia che talvolta sorregge paradisi perduti e si perde tra gli specchi, un papa che non deride il dubbio, ascolta lo sconforto, comprende l’imperfezione e condivide, con noi, la sensazione del mondo atroce e irreale contro il quale c’è però la lotta ad impedire la resa.
È il 13 marzo, serata indimenticabile apparentemente senza alcun motivo, Papa a parte.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 104

Commenti (2)

  • Michael

    Tra i commenti all’elezione di Papa Francesco, gentile Direttore, che finora ho avuto la possibilità di leggere, il suo è il più bello e significativo: mulcens oculos, aures, mentem et cor!
    E mi permetta di sottolineare il seguente passaggio, per un’attualità sotto gli occhi di tutti in questi giorni, anche se in tutt’altro ambito: “Nel tempo del clamore, dell’umanità vociante, dei disperati abbracci con il consumismo rassicurante e oltraggioso, dell’edonismo che impregna la politica di potentelli programmati dalla civiltà ad unica protezione dei loro averi e affari…”
    Nella prima circostanza l’animo si riempie di emozione, fiducia e speranza, nella seconda, alla quale il riferimento si attaglia perfettamente, di tristezza e di rabbia. Con sincera stima. Michael

    Rispondi

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto