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Parenti in lista, politica mai così in basso

Parenti in lista, politica mai così in basso
Algebre, di Rino Mele

Le parole che l’altro giorno ha detto il filosofo Roberto Esposito sono di una massacrante chiarezza: “La mia impressione è che si sia toccato il punto più basso da un po’ di tempo a questa parte. Non solo a Napoli e in Campania ma in tutto il paese, le liste mi sembrano ispirate da una logica che tende a privilegiare persone legatissime al leader, se non addirittura parenti”. Parenti? Questo è troppo e francamente incredibile. Ma forse è solo l’insinuante ipotesi di un filosofo, un rovello cieco, un modo per confondere (si può leggere questa sua affermazione su “Repubblica” del 30 gennaio). “Parenti” è termine estensibile, e alla fine ci troviamo tutti cronicamente imparentati. Nella civiltà romana, “familia” significa l’insieme di maschere contigue (figli, servi, concubine, amici interessati, coloro che prestano lavoro o abitualmente servizi, soci d’affari che ruotano intorno al personaggio principale). Intanto, s’è disgregata del voto la consapevole visione morale, nata dalla libertà conquistata dalla Resistenza ma purtroppo elargita agli italiani dai vincitori della guerra – gli alleati angloamericani – nel cui ambito d’interessi e potere eravamo caduti dopo la spartizione di Jalta (proprio in questi primi giorni di febbraio, nel 1945).

Rino Mele

Rino Mele

Nel devastante strappo d’identità che stiamo subendo in questa falsa tempesta elettorale, cosa significa la dichiarazione di voto di Prodi se non un atto di leale disperazione? Tempo fa scrissi che sulle schede del voto (tragicamente) manca una necessaria indicazione, il segno del disaccordo, che permetta di votare il proprio tirarsi indietro e rifiutarsi pur marcando la propria presenza. Ne ho parlato, ad esempio, il 23 giugno 2017 su “La Città” nella mia rubrica L’erte vie, “Sulla scheda si preveda il voto al dissenso” era il titolo: “Dovrebbe esserci sulla scheda un riquadro, un piccolo spazio, dove apporre una crocetta per poter dire: Sono un buon cittadino, e rispetto le leggi, ma non sono d’accordo su troppe cose che mi accadono intorno e perciò voto, con un no, il mio dissenso. Ma, a quel cittadino, noi impediamo di dire proprio questo, o qualcosa di simile, e lo allontaniamo cancellandolo nella sua nebbia. Così finiamo col costringerlo – il cittadino impedito – a non presentarsi al seggio o, presentandosi, a scarabocchiare la scheda per paura di lasciarla bianca (sapendo quante volte, quelle bianche, sono state truffaldinamente riutilizzate)”. Sento la giustezza e anche il dolore di astenersi. Ma come votare quando coi vari listini bloccati (di cui tutti i partiti con improntitudine si preparano a godere) una folla di candidati sono sottratti al giudizio popolare? Il 4 marzo rischia di diventare la data negativa di non ritorno, quello delle elezioni inutili, del voto come complicità all’immorale sistema che ha permesso ancora una volta di presentare, già eletti, candidati privilegiati. Così, paradossalmente, non votare potrà significare un gesto di riscatto, rispetto alle nostre troppe (e a volte) interessate complicità. Intanto, ridicolmente aspettiamo che Berlusconi ci faccia vedere i suoi topi colorati: affaticato per la stressante campagna elettorale, l’ha interrotta e ha così rassicurato giornalisti e amici: “Sto bene, vi farò vedere i sorci verdi”.

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