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Parigi tinta di rosso e l’elogio della memoria dimenticata

Parigi tinta di rosso e l’elogio della memoria dimenticata
di Luigi Zampoli

attacchi-di-parigiParigi sanguina e il mondo impallidisce. Bistrot, locali, teatri, strade, tutto l’insieme simbolico dell’eterna suggestione che da sempre ispira la capitale francese è stato violato dal sangue di giovani vite. Il terrorismo fondamentalista ha colpito dando una rappresentazione plastica di sé: raffiche impazzite di mitra, grida inneggianti ad Allah e furore misto a odio da una parte, e persone senza alcuna colpa se non quella di vivere il proprio tempo e la propria età, come si usa nel nostro mondo e nelle nostre città, dall’altra.
Erano giovani i terroristi che hanno sparato, giovani e francesi, erano giovani le vittime del Bataclan, francesi e non, cristiani, ebrei, atei, musulmani, e chissà cos’altro erano ancora.
L’odio religioso, integralista acceca e arma giovani menti e sfoga la sua violenza contro coetanei inermi; è un’altra tragedia nella tragedia del conflitto tra civiltà occidentale ed estremismo islamico. C’è un rischio enorme, che va ben oltre il contingente, in questa guerra che poi guerra non è, tanto che è subdola e strisciante; assistere al lento dispiegarsi di un odio intragenerazionale, tra giovani cristiani, musulmani, europei e mediorientali. Una contrapposizione che può mettere a repentaglio una convivenza pacifica nell’Europa multietnica e multireligiosa che abbiamo visto crescere in questi anni.
Il terrorismo produce lacerazioni che sedimentano nel corpo vivo di una società complessa, un virus che si propaga lentamente se non è intercettato da anticorpi culturali, prima ancora che repressivi e autoritari. In fondo è questa la lezione che l’Italia ha tratto dalla drammatica stagione degli anni di piombo, allo stesso modo, oggi, la minaccia che serpeggia tra le capitali europee produce effetti sulle nostre comunità a prescindere da eventi tragici, come quello di Parigi, cui si spera non dover più assistere, o meglio, vivere.
attacco-a-parigi-bataclan-770x513La caccia alle cellule dell’integralismo islamico che in questi giorni le autorità di polizia stanno conducendo in Francia e in tutta Europa si riverbera inevitabilmente con il seme del sospetto e della diffidenza che d’ora in poi germoglierà tra noi e “loro”. Sarebbe la vittoria di chi vuole lo scontro perenne in nome del credere e del non-credere, la divisione di una comunità plurale in due castelli fortificati, l’un contro l’altro armati.
E’ un’ennesima sfida per un’Europa che è ancora molto distante tra quello che ora rischia di essere, tra le molteplici chiusure a riccio che si annunciano in più ambiti, e quello che era il naturale orizzonte intriso di civiltà, solidarietà e pacifica convivenza, verso il quale è giusto ancora e sempre sperare.
“Voglio credere con tutte le mie forze che sui nostri campi, sulle nostre montagne, sui nostri lidi trionfi la pace, che finalmente arabi e francesi, riconciliati nella libertà e nella giustizia, s’impegnino insieme a dimenticare il sangue che oggi li divide. Quel giorno, noi che siamo insieme esuli nell’odio e nella disperazione, ritroveremo insieme una patria” (Albert Camus “Lettera a un militante algerino”).

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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