Parlamento di pochi

Parlamento di pochi
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Depotenziare il Parlamento e svilirne le sue funzioni storiche è un obiettivo che con varie armi hanno cercato di concretizzare alcuni presidenti del Consiglio susseguitisi dal 1994 in poi, ma che potesse portarlo a compimento il partito erede della cultura della partecipazione, della sovranità popolare e del dibattito democratico, nessuno, proprio nessuno avrebbe potuto immaginarselo. Solo tre anni fa sarebbe stato ancora offensivo il solo fatto di immaginarlo.

Il Parlamento è stato da sempre, e giustamente, aggiungo, l’icona della politica, la salda certezza della democrazia  italica, con tutte le sue criticità e con tutte le sue patologie. Dire Parlamento equivaleva a riconoscersi nei rappresentanti eletti, nelle loro battaglie di maggioranza e di opposizione che ricalcavano schemi ideali e ideologici dei partiti, delle coalizioni. Insomma, molte criticità, ma l’azione della sovranità, che si identificava nel valore supremo e massimo della legge, trovava nel Parlamento e nel bicameralismo la sua più alta espressione. Discuterne la funzione equivaleva mettere in discussione il valore semantico, culturale e politico della democrazia.

Negli ultimi anni, invece, l’agenda delle leggi da approvare e finanche la loro utilità sociale, chiamiamola così, è stata dettata quasi esclusivamente dal governo, sicché appare sin troppo evidente che questo organo politico abbia preso il sopravvento sul Parlamento, relegando la partecipazione e la sovranità popolare –parole, per quanto mi riguarda, di straordinario valore storico e culturale- al rango di ninnolo da comodino e anche tra i più scadenti. E questo è ciò che sta accadendo con un sedicente governo di sinistra, ma che più democristiano e ondivago non poteva essere (e quelli democristiani avevano in verità una loro dignità e soprattutto rispetto per il Parlamento!), che sta estirpando dalla tradizione della gauche italiana tutte le parole-chiave del suo lessico, della sua storia, delle sue battaglie. Per le quali, non dimentichiamolo, sono morti partigiani, intellettuali, politici e uomini del popolo.

Per tutte queste premesse, bene sta facendo il presidente del Senato, Grasso, ovvero il capo dell’organismo che sarà sbrindellato e relegato a comparsa o a residuale istituzione nel nostro panorama politico, a frenare i potenti dictat di Matteo Renzi e dei suoi fidi ascari (che, notoriamente, come sempre accade, sono anche più perfidi e irremovibili del loro capo), ribadendo che tocca a lui, e solo a lui, stabilire se ci potrà essere o meno la discussione sull’articolo 2 della riforma, quello che renderebbe il Senato un’istituzione di nominati, depotenziata e scellerata, da Camera elettiva che era. Questa è la cosa che continua a tormentarmi: svuotare completamente il Senato, associando questo processo all’idea che il paese ripartirebbe sul piano economico con il taglio della democrazia e la conseguente velocità nelle decisioni politiche assunte dal governo, ovvero, dal Parlamento di pochi. La democrazia intesa come perdita di tempo fa davvero male per un docente di una Facoltà (chiamiamola ancora così) di Scienze Politiche, nutritosi di costituzionalismo classico e di processi politici scanditi dalla Magna Charta del nostro ordinamento istituzionale. Tutto è riformabile, lo sappiamo bene, tutto si può mettere in discussione e aggiornare, ma i pilastri restano pilastri, le certezze devono rimanere  tali.

Vada altrove a segare la democrazia, egregio dottor Renzi.

 

* docente di storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno 

redazioneIconfronti

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