Sab. Lug 20th, 2019

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Partono da Camposano gli “ultimi” di Don Aniello

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Il parroco simbolo di Scampia ha dato inizio al progetto per l'educazione alla legalità
di Silvia Siniscalchi

fotoSe l’Apocalisse avesse un volto quello della “Terra dei fuochi” in Campania potrebbe essere il suo. È quanto è emerso dall’incontro sul tema “Emergenza educativa, culturale e ambientale nel nostro territorio” organizzato dall’Associazione “Ultimi” di don Aniello Manganiello lo scorso 23 settembre nell’Aula consiliare del comune di Camposano, divenuto per l’occasione sinonimo di paradosso e speranza. L’incontro ha costituito il primo atto di un più ampio progetto volto a diffondere nelle scuole di ogni ordine e grado la cultura della legalità contro tutte le forme di camorra e mafia, di cui l’inquinamento ambientale della Campania rappresenta oggi uno dei crimini più gravi e terribili.
Il dibattito sul profondo degrado dei terreni tra le province di Napoli e Caserta (almeno 5000 in un’area di 50 kmq con circa 2 milioni di abitanti), contaminati dai rifiuti tossici arrivati dalle grandi industrie del Nord e sotterrati dalla camorra negli ultimi trent’anni, si è svolto in presenza di un pubblico via via più attento e numeroso, con gli interventi di Giuseppe Barbati (sindaco di Camposano), Andrea Manzi (presidente di “Ultimi”), Antonio Marfella (oncologo dell’Istituto Nazionale Tumori-IRCCS “Fondazione G. Pascale”), Don Maurizio Patriciello (parroco di Caivano), Don Antonio Collu (parroco di Camposano) e la moderazione di Don Aniello Manganiello.

E proprio Don Aniello, condividendo le riflessioni introduttive del sindaco Barbati sull’importanza della formazione scolastica per l’educazione alla legalità e al rispetto della natura, ha subito messo in chiaro la serietà del tema dell’incontro: i reati della camorra contro l’ambiente sono veri e propri crimini contro l’umanità che esigono di essere affrontati a partire da una campagna di informazione e sensibilizzazione completa e adeguata.

Gli ha fatto eco Andrea Manzi con il sottolineare l’opportunità di una nuova e più severa legge sui delitti ambientali e spiegando il carattere strategico e concreto del percorso pedagogico inaugurato da “Ultimi”, in linea con il peculiare modus operandi del suo fondatore. Si tratta di una realtà giovane (appena un anno di vita) ma già attiva nelle zone di frontiera, con adesioni in tutta Italia e con un carattere peculiare nella geografia delle associazioni per la legalità: trasferisce l’umanesimo dal piano ideologico-culturale alla testimonianza attiva e vissuta, intercettando le contraddizioni della storia e dando segnali di cambiamento e discontinuità all’insegna del “pane e Vangelo”. A questa stessa filosofia s’ispirano le battaglie per la legalità di don Patriciello e del dott. Marfella i cui esiti, rispetto a un anno fa – ha proseguito Manzi – lasciano cogliere deboli segnali di miglioramento, pur essendo ormai chiaro che l’impegno individuale nella lotta contro la camorra nelle zone contaminate dai rifiuti tossici possa ben poco di fronte alla distruzione del territorio e ai sempre più numerosi casi di bambini, anche piccolissimi, affetti da tumore o nati con terribili malformazioni congenite.

Proprio a tale riguardo il dott. Marfella si è definito un “Omero della monnezza”, un narratore epico del dramma campano. I dati dell’Istituto Pascale (il più grande del Mezzogiorno per la cura dei tumori) da lui presentati un mese fa circa alla commissione igiene e sanità del Senato, rivelano infatti che in Campania negli ultimi 5 anni le malattie tumorali sono aumentate del 15-20%, con picchi del 47% in alcuni comuni della “Terra dei fuochi” (una delle medie più alte d’Europa), di cui un 17% di casi riguarda i bambini. Alla luce di questi risultati secondo Marfella si perde ormai tempo a contare gli ammalati e i decessi, giacché è evidente che dal giulianese a Caivano le morti per tumore sono conseguenza dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici. Si deve quindi comprendere il senso della svolta storica che stiamo attraversando a partire dal fatto che l’assistenza sanitaria deve oggi fare i conti con l’enorme aumento della popolazione mondiale. Se 150 anni fa il pianeta contava circa un miliardo di persone (arrivate a tale numero in diecimila anni di storia), oggi ne conta circa 7 miliardi e arriverà a 8 tra altri dieci anni. Per garantire a tutti il diritto alla salute l’unica strada possibile consiste nel modificare lo stile di vita collettivo, seguendo innanzitutto la promozione del riciclo della plastica utilizzata dall’industria, che la usa massicciamente per motivi di convenienza economica. Qual è l’impatto sull’ambiente? Oltre alla possibilità che la plastica per alimenti, conservata male, rilasci molecole nocive alla salute, si tratta di un materiale non esistente in natura e quindi difficile da smaltire. Continuando a produrre plastica senza riciclo, non ci sarà quindi un’altra generazione, perché l’impatto sull’organismo e l’ambiente sarà talmente violento da distruggerci. È la stessa industria che chiede il riciclo, ha detto ancora Marfella, ma la camorra, che sui rifiuti ha costruito un impero economico, è diventata globale: non uccide più (se non a basso livello), fa rimuovere o trasferire altrove la gente che ostacola i suoi affari e opera con la complicità di piani economici e industriali insostenibili dall’ambiente. Cambiare gli stili di vita collettivi, però, significa secondo Marfella non solo riciclare la plastica, ma anche modificare l’abitudine all’evasione fiscale, che nel Sud è quanto mai diffusa e alimenta il problema ambientale per altre vie. A chi ha poi chiesto se sia possibile bonificare i terreni contaminati l’oncologo ha risposto di ritenere irrealizzabile al momento qualunque tentativo in merito, per i costi elevatissimi e insostenibili dell’operazione. Per dare un’idea della spesa necessaria ha fatto un esempio: il solo territorio di Caivano per essere bonificato costerebbe 200 volte la bonifica di Seveso. Si deve e si può invece fermare il bombardamento dei rifiuti tossici, ancora in atto, e porre fine al condizionamento psicologico di chi vuole mettere a tacere le popolazioni del Sud Italia, convincendole di essere incivili e responsabili dirette del proprio degrado. Il danno alla terra ormai è fatto e ci vorranno anni per risanarla. Ma la natura si adatta e se lasciata in pace troverà un modo per risorgere. Così non è invece per l’uomo, che finirà con il doversi riprodurre in provetta se non metterà un freno alla deriva attuale modificando le proprie abitudini.

Don Patriciello, dopo alcune riflessioni sulla difficoltà di fare il prete in un quartiere difficile come Caivano e di educare i giovani in un contesto sociale privo di ogni regola e ideologia, ha suggerito l’opportunità di adottare uno sguardo “a cerchi concentrici”, con un occhio fissato sulla propria realtà locale e un altro sul villaggio globale, dove i figli fuggono per sottrarsi ai genitori e parlano una lingua nuova.
Con profondo rammarico ha poi confessato di avere commesso un grande errore di valutazione iniziale rispetto ai roghi di Caivano, accusando ingiustamente i propri parrocchiani di esserne gli incivili autori. Ha impiegato tempo prima di capire che la sua gente era vittima di un terribile processo di avvelenamento. Ma per quanto nefasti i roghi per lui sono stati il segnale di allarme di un disastro invisibile e sotterraneo, rivelando i crimini inenarrabili commessi dalla camorra con la complicità di persone all’apparenza rispettabili. Lo sconcerto più grande è sorto invece quando ha constatato che le istituzioni locali, con risposte evasive e inadeguate, hanno dimostrato di essere “all’anno zero” e di ignorare del tutto il problema dei rifiuti tossici, preferendo ridimensionarne l’entità. A tal proposito esiste un significativo episodio legato a un campo di cavolfiori gialli e striminziti, fotografati da Mauro Pagnano a Caivano nel mese di novembre 2012 (vedi la foto). Per cercare di capire meglio come mai i frutti fossero di quello strano colore, infatti, don Patriciello si era inoltrato nel campo in compagnia di altre persone, scoprendo con orrore che i cavolfiori erano cresciuti in un terreno maleodorante e putrefatto. La sua denuncia dell’episodio (pubblicata qui) è stata però minimizzata dalle autorità competenti: Mario De Biase, commissario per le bonifiche della Regione Campania, l’ha anzi addirittura messa in ridicolo (vedi in proposito l’articolo del Mattino) sulla base di una relazione scientifica in cui si affermava la normalità del colore giallo dei cavolfiori nel mese di giugno, nella totale omissione della circostanza che la foto era stata scattata nel mese di novembre. Il commissario, messo alle strette da alcuni giovani di Caivano, ha però dichiarato anche che «qui in Italia sono tutti paraculi» e che nel suo ufficio c’erano solo «tre scafessi» (leggi l’articolo). Con amarezza Don Patriciello ha quindi concluso che da soli non è possibile fare nulla per risolvere il problema dei rifiuti tossici ma che, nonostante tutto, bisogna insistere nel chiedere l’intervento delle istituzioni, senza stancarsi e senza lasciarsi tentare dalla possibilità di ricorrere a una rivoluzione armata, come alcuni vorrebbero.

A conclusione dell’incontro, il parroco di Camposano è intervenuto infine con un breve commento, confessando la propria costernazione e il proprio sgomento di fronte al problema messo sul tavolo da “Ultimi”, di cui ignorava l’entità. Si è così accorto di dovere sostenere con più convinzione l’iniziativa rispetto all’importanza del problema affrontato e si è ripromesso di contribuire alla campagna di divulgazione perché la gente di Caivano e dei paesi vicini sia informata meglio su quel che sta avvenendo nei territori campani.

Tirando le somme sull’esito positivo e costruttivo di questo primo appuntamento, Don Aniello ha ringraziato tutti i presenti, in attesa di organizzare un successivo incontro sul tema e di comunicare i primi risultati del progetto di formazione ed educazione alla legalità che lo vedrà impegnato in diverse scuole italiane nei prossimi mesi. E in questo suo sforzo la redazione de IConfronti non potrà che essergli vicina.

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