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Partito democratico nelle sabbie mobili

Partito democratico nelle sabbie mobili
di Andrea Manzi
Andrea Manzi

Andrea Manzi

Sette anni fa, quando si discuteva della nascita del Pd (una “fusione a freddo”, si disse, tra ex democristiani ed ex comunisti) si confrontarono in una trasmissione tv due filosofi non refrattari alle esperienze politiche, Giuseppe Cacciatore e Roberto Racinaro. Il primo era contro l’ipotesi Pd, il secondo favorevole. Disquisendo di identità della nascente formazione, Racinaro affermò che essa non era da ricercare nel passato ma nel futuro. Il filosofo studioso di Hegel, che sognava un partito vocato all’autoriforma della politica, non credo immaginasse un futuro simile a questo presente. Un incommentabile presente, nel quale la confederazione degli interessi in cui si sta spegnendo il Pd, consente di ipotizzare che un sindaco decaduto (e vice-ministro virtuale) come Vincenzo De Luca utilizzi Renzi (che si fa a sua volta utilizzare da lui) per sue strategie personali e familiari, fino al punto che il suo nome, nonostante il disastro finanziario del comune di Salerno e un processo a carico per la non trascurabile accusa di corruzione, ricorra addirittura come papabile ministro del probabile nuovo governo.

Il Pd è diventato, quindi, proprio un “grande” partito, non c’è che dire. In dieci mesi rischia di bruciare tre presidenti del Consiglio: Bersani incaricato a vuoto da Napolitano a marzo scorso, Letta invitato a uscire da poche ore per far entrare, con l’arcaico sistema dei più vecchi intrighi di palazzo, l’esuberante Renzi, il quale però, a sua volta, potrebbe subire un destino peggiore di Massimo D’Alema, bruciarsi prima ancora di varcare la soglia di Palazzo Chigi o, magari, arrivarci al traguardo ma bell’e azzoppato.

Questo partito che costruisce e, senza preavviso, tritura governi e segretari in un perenne gioco che risale a un passato ancora minacciosamente vivo, avrebbe dovuto ripensare la democrazia e diventare il partito degli eletti, riducendo la distanza tra rappresentanze e base associativa. Avrebbe soprattutto dovuto, recita il suo Manifesto dei valori, contribuire a costruire e consolidare in Europa e nel mondo un ampio campo riformista, europeista e di centrosinistra. Sono passati poco più di sei anni dalla fondazione del Pd e l’impressione che si ricava dalla giornata febbrile di ieri è che in esso si sommino le tare storiche alle malattie degenerative attuali.

Matteo Renzi, negli ultimi giorni, ha ritenuto di non poter più attendere – continuando a fare cioè il capo di un partito che ha il potere di governo nelle mani di un suo concorrente – e ha deciso, probabilmente spinto dai suoi scalpitanti supporter, di accelerare, peraltro nel giorno in cui Letta porta a casa il risultato di uno spread ai livelli minimi, bassi come quelli antecedenti alla crisi finanziaria. Un gioco tutt’interno al palazzo, costruito con mediazioni e interdizioni di antica data e con il paese reale molto lontano sullo sfondo. Letta, dal canto suo, non ci sta a recitare il ruolo del pargolo raccomandato, messo in sella al governo dalla benevolenza di un capo dello Stato iper-attivo. E siamo così arrivati al muro contro muro, con un presidente di fatto sfiduciato dal suo partito, tutto intento a costruirsi sul capo l’aureola dell’ingiusto martirio subito, e un presidente entrante che sbava dalla voglia di far presto, dissimulando a malapena la sua libidine politica.

La situazione è surreale. Pippo Civati, ieri sera, su La7 denunciava i traffici degli attuali ministri del Pd: ministri sulla carta di Letta ma già in combutta con Renzi per evitare rovinose sostituzioni. Il sindaco di Firenze, dal canto suo, è finito nel cul de sac di una situazione che, se anche si sbloccasse a suo favore, potrebbe garantirgli una “reggenza” di qualche mese. Renzi a Palazzo Chigi sarebbe incalzato dalle fazioni interne, delegittimato dalle stesse modalità di aggancio dell’obiettivo e non avrebbe la possibilità di allargare la maggioranza, dopo il “no” di Vendola alla coabitazione con Alfano (ancora indispensabile nei numeri).

Da Renzi ci si aspettava la costruzione di un partito riformatore autentico, obiettivo fallito da Veltroni in poi. Un partito, cioè, in grado di opporsi al degrado della politica, un partito portatore di una visione ampia e laica dell’azione di governo, innervata sull’interesse nazionale e sul disinteresse personale della classe dirigente.

Niente da fare, invece. E se questa è la situazione, non meraviglia più di tanto l’impasse in cui ristagna il Partito Democratico nel Sud, concorrendo a pieno titolo (e spesso soccombendo) con il tragico giocattolo che la ludomania berlusconiana ha creato da vent’anni, spettacolarizzando quel che restava e resta della politica.

(I Confronti-Le Cronache del Salernitano)

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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