Partito pigliatutto (e rischiatutto)

Partito pigliatutto (e rischiatutto)
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Il PD prosegue la sua marcia. Niente trionfalismi, per carità, ma continua ad essere un esercito in buona salute, almeno in apparenza. Per questo Pd va bene l’etichetta di partito pigliatutto, ossia, di partito che ha l’aspirazione a catturare il maggior consenso possibile, attraendo gli elettori con un programma tra il concreto e il populista, e che aspira a conquistare una più generalizzata fiducia da parte dell’elettorato. Questa definizione di Otto Kirchheimer risale al 1966 e fu concepita in un tempo storico molto particolare, mettendo nel mirino quelli che allora si consideravano i grandi partiti di massa, che aspiravano a ruoli sempre più invasivi nei contesti sociali. È stato poi il politologo Gianfranco Pasquino a introdurre il concetto in Italia, individuando nella DC, prima, e nel PSI, poi, i due partiti che meglio rispondevano a questa enunciazione.
Nella vulgata storico-politologica il partito pigliatutto deve avere alcuni requisiti chiarissimi, espongo su quelli più evidenti, assolutamente riscontrabili nell’odierno partito di Renzi:
1) deve saper parlare a tutto l’elettorato, provando quindi ad azzerare i conflitti sociali e usando un linguaggio che esprima speranza, che rassicuri, che dia certezze dei tempi di realizzazione di riforme e modifiche ingegneristico-istituzionali; 2) deve tendere ad una graduale ma drastica riduzione del bagaglio ideologico, puntando alla logica del fare, anche se questo può comportare il sacrificio dei diritti dei lavoratori o spacciare la riforma del mercato del lavoro come atto rivoluzionario; 3) deve continuare ad armare la retorica del capo che vuole fare, comandare, assumersi responsabilità, che concede un tempo per il dibattito e per la caciara di chi è contrario a determinate decisioni politiche, per poi concentrarsi sugli obiettivi, costi quel che costi e senza indugi, da vero decisionista; 4) deve limitare al massimo i riferimenti a specifici ceti sociali e disinnescare i conflitti a partire già dalla scelta degli interlocutori, sminuendo i sindacati, bacchettando i lavoratori, e ponendosi in apparenza dalla parte della gente incavolata con i privilegi (salvo poi lasciarli a chi deve con il voto supportarne le azioni in Parlamento!); 5) deve assicurare l’accesso al partito a variegati gruppi di interesse, a cui attingere per individuare le figure e i profili che devono avere importanti ruoli nei posti di potere e sottogoverno; 6) non deve fare feriti per strada, ma deve eliminare puntigliosamente tutti i nemici, gli antagonisti storici e non, espellendoli dal partito o inducendoli a farsi da parte; 7) deve continuare a predicare l’eticità del partito ma nei fatti accettare posizioni di candidati, sindaci, governatori che in un qualunque paese civile e democratico non occuperebbero quei posti, trincerandosi dietro l’arma del “se sanno governare, lo facciano, altrimenti vadano a casa”.
Potrei continuare ancora a lungo, perché gli addentellati del partito pigliatutto sono davvero tantissimi. Mi preme qui considerare ancora che dietro un partito che prende tutto e tutti (Verdini è dietro l’angolo!) si nasconda sempre un’insidia, cioè che possa implodere clamorosamente, perché i rischi connessi al potere (assoluto) sono ben evidenti. I sovrani avevano capito che per governare bene le mediazioni erano non solo necessarie, ma obbligatorie, ma quelli avevano dietro un Mercurino da Gattinara, un duca di Olivares, un Richelieu, un Mazarino, che sapevano dare ottimi consigli…

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

redazioneIconfronti

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