Pasolini a sproposito

Pasolini a sproposito
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Pasolini si, Pasolini no. Mi costa tanto, ma questa volta non posso che propendere per il no. Non posso, infatti, che considerare quanto meno stravagante la proposta del presidente della Commissione Cultura del Comune di Salerno di intitolare al grande scrittore friulano la sala del Teatro ex-Diana. Per uno della mia generazione che ha letto, studiato e amato tanto Pasolini è doloroso ma necessario ribadire con forza che sarebbe un errore questa titolazione. “Pasolini di tutti noi”, canta il mio amico Peppe Lanzetta, ed è stato senz’altro così per la mia generazione. Noi abbiamo sempre guardato allo “scrittore corsaro” capace di “buttare il proprio corpo nella lotta”, con una punta d’ammirazione. Ci siamo fatti suoi tifosi senza se e senza ma. Abbiamo chiuso entrambi gli occhi sulle sue feroci contraddizioni, e l’abbiamo seguito nel suo essere radicalmente “inattuale” perché abbiamo ritenuto che questa fosse l’unica strategia per smascherare le falle di una classe dirigente borghese italiana, vuota e corrotta, negli anni dolorosi del secondo dopoguerra. Successivamente, anche nella nostra attività teatrale il poeta di Casarsa è stato un punto fermo. Come non ricordare che nel lontano 1997 mettendo in scena un coraggioso “Agamennone” di Eschilo con il grande Renato De Carmine e la mia giovane compagnia di Teatro Studio, pensammo alla sua straordinaria traduzione; e, ancora, quando Mario Martone inaugurò le attività del Mercadante, da poco ritornato ad essere teatro Stabile della città di Napoli, noi fummo dentro il suo progetto “Petrolio” dedicato a Pasolini, con lo spettacolo, “Malaluna” di Vincenzo Pirrotta e Peppe Lanzetta. Per non parlare dei tanti incontri, veglie, proiezioni speciali a lui dedicati insieme a Michele Schiavino, altro Pasoliniano autentico di questa città. Detto questo, però, cerchiamo di capire meglio la questione. Chiediamoci, innanzitutto, quali siano i presupposti che potessero giustificare questa proposta senza farla apparire gratuita. È vero, verso la fine degli anni cinquanta e, precisamente, nel 1959 insieme con Moravia, Pasolini fu invitato a Salerno presso la libreria Macchiaroli (ex-piazza Malta) a tenere una conferenza su “Lingua e dialetti”, da un gruppo di intellettuali di sinistra della città che avevano dato vita ad un “Circolo democratico di cultura” nei cosiddetti “Giovedì del lettore”. Moravia per un contrattempo mancò quell’incontro, non così Pasolini che tenne il suo intervento, suscitando un’animata discussione, nonché una vibrante contestazione da parte del pubblico più conservatore e “fascista”. Ma quelli, ricordiamolo erano anni di forti contrapposizioni. Pasolini, inoltre, ebbe, questo sì, una grande affinità più che con la città col suo maggiore poeta, Alfonso Gatto che fu anche attore in una delle sue maggiori pellicole. Ma oltre, questo, più nulla. Certo quell’incontro oltre a suscitare discussioni provocò anche devote conversioni da parte di insospettabili cultori della classicità. Italo Gallo, già professore di letteratura greca presso la nostra Università, ma allora docente presso il liceo classico “Tasso”, decise l’anno successivo (1960) di mettere in scena l’Orestea di Eschilo tradotta da Pasolini con i suoi studenti liceali attirandosi le critiche dei puristi e dei benpensanti. Su tutto questo, Luciana Libero su un altro quotidiano ha detto parole assolutamente condivisibili. Lei punta il dito anche sull’improvvisazione di certi nostri politici. Vorrei ricordarle (ma lo sa benissimo) che sono gli stessi che dalla sua inaugurazione hanno parlato del teatro Ghirelli (altra titolazione quanto mai dubbia, non per il valore del grande giornalista Ghirelli quanto per l’assoluta mancanza di corrispondenza diretta col teatro) come di un teatro d’eccellenza. Non voglio discutere qui né della sua programmazione né della sua gestione (su questo, ci sarebbe da fare un discorso lunghissimo), ma semplicemente far notare che è stato spacciato per teatro una sala che teatro non è e non può esserlo mai. Un rettangolo lungo con un palcoscenico piccolissimo e senza graticcio; una sala scomoda dove appena in terza, quarta fila lo spettatore ha una visuale talmente distorta che non gli fa vedere l’intera figura dell’attore. Ma di che parliamo. Politici così, che scambiano lucciole per lanterne, possono quindi anche scomodare impropriamente un grande poeta per coprire e nascondere la loro enorme ignoranza in un campo così bistrattato e mortificato da anni e anni. Infine, lasciamolo davvero in pace Pasolini, che amava Ginsberg e voleva essere un poeta di sette anni come Rimbaud, ma solo nella vita.

 

redazioneIconfronti

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