Pasolini e la verità

Pasolini e la verità
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Il 2 novembre del 1975 moriva tragicamente assassinato, presso l’Idroscalo di Ostia, Pier Paolo Pasolini. Quest’anno, ne saranno passati 40 da quel delitto ambiguo e ancora, per molti versi, non del tutto chiarito. Ma non è questo che qui ci interessa. C’è da aspettarsi che a partire da tale ricorrenza molte saranno le iniziative messe in campo per ricordarlo. Ben vengano; soprattutto, se queste iniziative serviranno a farlo conoscere alle giovani generazioni. Pasolini è stato, nel bene come nel male, un grande maestro e con lui, quel giorno è morto un intellettuale scorretto, corsaro, inattuale, che aveva saputo mettere alla scoperto il perbenismo e la palude in cui il nostro paese ancora sprofondava. Troppi i punti oscuri, troppi i condizionamenti che rendevano arrischiato il cammino della nostra giovane democrazia. Molti di noi sono cresciuti e maturati sulle sue opere. Dai suoi scritti giornalistici al  suo cinema, dalla poesia al teatro, tutto ci appassionava. Un artista eclettico e pieno di contraddizioni, capace di coniugare ai più alti livelli la sua operatività espressiva con l’impegno civile, intervenendo spesso a gamba tesa nel dibattito socio-antropologico dell’Italietta di allora. Il ministro dei Beni Culturali, Franceschini, ha istituito una commissione scientifica presso il ministero, presieduta da Dacia Maraini e composta da tante varie e rilevanti personalità, per cercare di coordinare le tante attività che, certamente, si svolgeranno nel suo nome su tutto il territorio nazionale. Mi auguro che anche Salerno partecipi con una intelligente proposta che possa rendere per intero la complessità del suo pensiero. Purtroppo, però, è su questo che nutro qualche legittimo dubbio. Perché dico questo? Perché Pasolini mi ha insegnato a dire le cose che penso (magari sono sbagliate) accantonando la consueta prudenza, caratteristica degli omologati e dei governativi. Insomma, di tutti coloro che in questi anni hanno reso piatta e letargica la vita culturale della nostra città. Non vorremmo che siano quest’ultimi a celebrarlo; sarebbe come ammazzarlo di nuovo. In questi ultimi vent’anni, nella nostra città sono stati messi sistematicamente in panchina tutti coloro che avrebbero potuto, col proprio pensiero critico, mettere in discussione il “gran manovratore”. Cacciati pian piano dal “Palazzo” le intelligenze migliori, il vuoto è stato riempito con figure incapaci di assumere una qualche autonomia nelle politiche culturali. Anche il cosiddetto “ceto riflessivo” cittadino ha preferito far finta di non vedere e girarsi dall’altra parte. In questo modo, il teatro, il cinema e tutta la comunicazione artistica è finita nelle mani sbagliate. A parte, lodevoli iniziative personali e private, spesso incapaci di continuità, è stata una disfatta su tutta la linea. Dalla grande tradizione dell’avanguardia si è passati, in tutti i campi, ad un più piccolo, provinciale e rassicurante “ritorno all’ordine”. Per concludere e uscire dal vago, vorrei, insomma, che un’ipotetica iniziativa cittadina su Pasolini non fosse guidata dai soliti nomi appartenenti al salotto buono e conformista della città ma da coloro che hanno fatto della militanza attiva e responsabile il proprio credo; uomini provenienti dal dolore delle periferie e dagli studi seri e consapevoli. Uno, tra questi, Michele Schiavino; da tempo fuori da ogni cosa eppure, forse, tra i pochi che Pasolini lo conoscono profondamente avendolo analizzato, amato, e rincorso per una vita intera.

 

redazioneIconfronti

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