Gio. Lug 18th, 2019

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Pdl in bolletta, Berlusconi non vuole cacciare più un soldo

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Candidarsi in tempo di crisi è sempre più difficile?

Quanto si spende per la campagna elettorale? Quanto costano santini, manifesti, annunci su tv e giornali, comizi e tutte le altre forme della propaganda elettorale? E poi c’è da considerare che candidarsi in tempo di crisi è sempre più difficile. Si possono spendere centinaia di migliaia, se non milioni, di euro. Tutti i grandi partiti sono in affanno, mentre i piccoli rischiano di affogare. Anche il Pdl, pur avendo i conti in regola, è costretto a tirare la cinghia. A rendere più fosco il quadro ci hanno pensato gli scandali giudiziari (dal caso Lusi a quello di ‘batman’ Fiorito), che hanno allontanato ancora di più i cittadini dalla politica. Silvio Berlusconi, che ha sempre ‘garantito’ personalmente le casse di partito con fideiussioni bancarie a doppia cifra (qualcuno parla di circa 179 milioni), avrebbe accolto in pieno la linea del rigore. E da mesi starebbe studiando i costi della campagna elettorale per il 2013. Sondaggi alla mano, gli avversari più pericolosi saranno i grillini che hanno saputo cavalcare l’ondata dell’antipolitica. Il Cavaliere, raccontano, non avrebbe tanta voglia di investire i propri soldi in una tornata elettorale che non presagisce nulla di buono per il centrodestra. Prevede una competizione dove nessun partito vincerà, con la strada obbligata della grande coalizione. E non fa salti di gioia all’idea di un sistema proporzionale con le preferenze, considerate da tutti troppo ‘esose’. Per questo, il leader pidiellino avrebbe chiesto ai tesorieri Rocco Crimi e Maurizio Bianconi di fare uno screening per valutare lo stato di salute delle casse e i costi di un eventuale separazione consensuale dagli ex di An. Stanco delle faide interne, sul suo tavolo resterebbe sempre l’idea di spacchettare il Popolo della libertà in più tronconi nell’ottica di una federazione dei moderati. La tentazione di riesumare Forza Italia (a cominciare dal simbolo) è molto forte e questo continua ad allarmare gli ex colonnelli di via della Scrofa, alle prese con problemi di budget dopo lo stop al ‘tesoretto’ della Fondazione di Alleanza Nazionale (un patrimonio, solo di immobili stimato quasi 300 milioni di euro), oggetto di una lunga contesa legale con gli ‘avversari’ di Futuro e libertà, che sembra vicina a una svolta. Bilancio alla mano, dunque, non ci sarebbero soldi in cassa per una campagna elettorale massiccia (come ai tempi d’oro) e, quindi, costosa. A maggior ragione, mancherebbero le risorse per sostenere quella di due partiti qualora il Pdl si spacchettasse. I margini di manovra, insomma avrebbero avvertito i tesorieri, sono ridotti e bisogna assolutamente risparmiare. E gli esperti di marketing politico stanno valutando tutti i pro e i contro della prossima sfida nel 2013. Di certo, i prezzi per stare sul mercato elettorale con le preferenze sarebbero schizzati in maniera vertiginosa, soprattutto nelle grandi realtà come Milano e Roma. Basta chiedere ai parlamentari che frequentano il Transatlantico, a Montecitorio, per capire a cosa si va incontro una volta che il partito ti ha candidato. «Solo per dire io ci sono», spiega un parlamentare azzurro, «se vuoi correre in un collegio piccolo devi preventivare una spesa di 200-250mila euro». Mentre chi punta a un collegio grande, raccontano, dovrebbe investire almeno un milione di euro. Naturalmente, le spese variano a seconda della Regione e della città. Può risparmiare qualche centinaia di migliaia di euro, invece, il politico già conosciuto, quello che ha alle spalle almeno una legislatura o altre esperienze elettorali. Leggenda o realtà? Certo, in ogni caso, le cifre sono molto elevate e tutto diventa più difficile senza l’apporto finanziario del partito. Ma quanto si spende per una campagna elettorale? Di certo, non si può parlare di un costo fisso, perchè ogni partito, o movimento, decide in base a diversi fattori quanto investire per cercare di convincere gli elettori a votare quel candidato o sostenere quella lista. Il grosso delle spese, comunque, e questo vale per tutti i candidati, è ripartito in varie voci: manifesti e volantini, spot televisivi sulle emittenti private, pubblicità sui giornali (con una predilezione per la free press, considerata il veicolo più comodo per raggiungere un target popolare) e soprattutto comunicazione su Internet e sui social networks (da twitter a Facebook). Travolto dalla vicenda Fiorito nel Lazio e da quella Zambetti in Lombardia, il Pdl cerca strategie alternative al finanziamento pubblico, nel mirino ora per gli scandali giudiziari degli ultimi mesi. «Una campagna elettorale dignitosa vale almeno 30 milioni di euro», confida un pidiellino esperto di conti. Per questo il partito di via dell’Umiltà punterà soprattutto sul fund raising adottando il modello Usa e sfruttando anche tutte le potenzialità del web, in nome della massima trasparenza. Così si fa in America e Barack Obama e Mitt Romney insegnano. Un altro stratagemma ‘raccogli soldi’ è il crowd funding: un gruppo di persone, cioè, utilizza il proprio denaro per foraggiare iniziative autonome, sviluppate ad hoc per sostenere cause o progetti singoli. E’ stato proprio Obama a portare alla notorietà oltreoceano questa tecnica, pagando parte della sua campagna elettorale per la presidenza con i soldi donati dai suoi stessi elettori. In vista del 2013, dunque, andranno forte le cene elettorale. Un precursore in Italia è stato proprio Berlusconi, che ancora oggi riunisce quasi ogni settimana, di solito il lunedì, a Villa Gernetto, esponenti del mondo economico-finanziario per raccogliere fondi. In realtà, l’allarme conti nel Pdl era già scattato qualche mese fa, quando è stato pubblicato il bilancio 2011 del partito, con un quadro gestionale poco roseo rispetto agli esercizi precedenti. Carte alla mano, infatti, le fideiussioni bancarie (prestate da Berlusconi a garanzia delle casse) si sarebbero ridimensionate, passando dai 5,3 milioni del 2010 ai 4 milioni dell’anno scorso. Nella relazione dei rappresentanti legali sulla gestione, allegata all’ultimo rendiconto, il tesoriere Crimi è categorico: «L’avanzo realizzato rappresenta il conseguimento di un buon obiettivo, ma il suo valore è disallineato rispetto alle aspettative di inizio esercizio, che prevedevano un risultato molto migliore». A preoccupare è soprattutto l’entità del debito, cresciuto di 8,5 milioni rispetto al precedente esercizio. Sulle casse del partito hanno pesato soprattutto i “debiti verso fornitori” (dalle attività di comunicazione e informazione alle varie iniziative elettorali e non). A queste “sofferenze” vanno sommati i crediti vantati da Fi e An nei confronti del Pdl per le spese sostenute dal 2009 al 2011. Quanto ai costi “per servizi”, via dell’Umiltà ha pagato 4,3 milioni a Forza Italia solo per la «messa a disposizione delle strutture di via dell’Umiltà e di via del Plebiscito». A gravare sulle finanze è il taglio dei rimborsi elettorali, che ha fatto venir meno le risorse disponibili e ha inciso negativamente anche sulla cartolarizzazione effettuata a inizio legislatura. Tant’è che gli “oneri straordinari” «comprendono la somma di 4.064.996, che il partito ha dovuto rimborsare alla banca che aveva acquistato i crediti elettorali relativi alle elezioni nazionali del 2008, per i quali l’erogazione dell’annualità 2011 è stata ridotta». Anche il 2012, dunque, non è roseo a causa dell’ulteriore taglio dei contributi elettorali. Crimi e Bianconi scrivono nella relazione che l’obiettivo è quello di «potenziare al massimo le attività di autofinanziamento e recuperare gli arretrati dei versamenti mensili dovuti dai parlamentari e dai consiglieri regionali». Da questa estate Bianconi denuncia il rischio di bancarotta a causa dei tagli del budget 2012. «Siamo costretti a ridurre le spese in proporzione con una revisione di ogni voce, compreso il personale, ora non abbiamo debiti, ma se andiamo avanti così salta tutto», aveva avvertito il tesoriere pidiellino lo scorso agosto.

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