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Per essere europei liberiamo i palazzi dai nuovi padroni

Per essere europei liberiamo i palazzi dai nuovi padroni
di Andrea Manzi

In un’Italietta segnata dalle fibrillazioni della politica interna sempre più ribalda e caciarona e da incursioni nella nostra vita delle vicende estere divenute ormai metro di “esaltante” (o ridicola) comparazione, le elezioni amministrative, che si terranno tra circa un mese, appaiono una piccolissima cosa. Un’area periferica nella quale cessano i confronti con i Macron, gli Obama, i Le Pen, e la realtà diventa cruda e inospitale, talvolta indigeribile. Che cosa ci costa, nell’economia della nostra vita, stabilire se Macron mostri somiglianze probabili o fantasiose con Renzi, se la Brexit potrà diventare anche per noi una bussola di orientamento per una “fuga” dall’eurocentro della storia? Nulla. Costa certamente di più mettersi in gioco e domandarci se Nocera Inferiore, Mercato S. Severino, Agropoli, Capaccio, o qualsiasi altro dei 33 Comuni del Salernitano nei quali si rinnovano le amministrazioni, siano città evolute o implose, amministrate o violate nella loro identità o, magari, assecondate nella loro impolitica inedia.
Sono le inquadrature locali, le zoomate su questioni solo apparentemente minime con le quali conviviamo a qualificare il nostro voto e a renderlo utile, consentendoci un confronto democratico per rilevare lo stato di salute dei diritti, del lavoro, del welfare, così come si manifestano nei nostri territori mortificati dal malgoverno. Con le prossime elezioni, siamo nel perimetro del “locale”, dove è più possibile ridiscutere e rimodulare gli stereotipi meridionali che una storiografia superficiale rilancia spesso senza approfondimenti o revisioni. I nostri piccoli universi al voto sono i luoghi più significativi della politica, in cui è possibile cogliere l’operosità di comunità nelle quali lo Stato perde la sua identità simbolica e si manifesta nel lavorio della società civile, nei piccoli gesti di uomini e donne alle prese con la pressante storia quotidiana. È qui, su questa frontiera delle Italie elettorali, che si gioca la partita del confronto serrato tra le identità culturali dei nostri territori, impregnati di fervore localistico, e un’identità nazionale sempre più sfuggente e in fieri.
Le elezioni amministrative offrono allo spettatore un mosaico di volti, gesti, aspirazioni, ingiustizie, talvolta di storia civile negata a causa dei controlli mafiosi o lobbistici dei territori, nei quali l’anti-Stato recita un ruolo assolutamente competitivo. Sono anche mosaici, questi delle amministrative, nei quali decine di migliaia di cittadini tentano di costruire nuove città, moderne e più giuste, foriere di identità rinnovate, città accoglienti e possibilmente organizzate, con spazi di confronto e di iniziativa, soprattutto con occasioni di impiego e di impegno per i giovani. Purtroppo, il quadro che emerge, nella maggior parte dei Comuni nei quali si vota, evidenzia uno sfaldamento dei rapporti fiduciari tra collettività e istituzioni, un corrompimento del tessuto civile, un offuscamento delle condizioni minime di vivibilità. Il che fa dubitare finanche della svolta del ’93, quando con la riforma del sistema elettorale furono conferiti “pieni” poteri ai sindaci grazie all’elezione diretta.
Una strada per sottrarsi al voto di convenienza e di amicizia, però, esiste ed è quella, infallibile, dell’osservazione critica di ciò che si è fatto, nel caso di ricandidatura del sindaco uscente e della sua squadra, o di profondo vaglio critico sulla genesi delle scelte dei candidati che irrompono sulla scena. Ve ne sono alcune, ad esempio, dichiaratamente esogene, che nascono cioè al di fuori della realtà locale e obbediscono a logiche per le quali i territori sono diventati aree di conquista per i futuri discorsi politici. In questi casi, la sensibilità autenticamente locale dovrà cogliere l’artificioso inganno e affermare il valore territoriale di questo voto, che deve servire al solo territorio di riferimento. È una selezione da farsi per affermare, a un tempo, la libertà degli individui e l’eticità delle istituzioni.
In questo esercito di aspiranti che pubblichiamo all’interno sarà pertanto opportuno scegliere un personale istituzionale competente e onesto, ma soprattutto libero da sovrastrutture lobbistiche provinciali o anche di valenza più ampia. Una scelta critica di questo tipo ci consegnerebbe il dono della tranquillità di coscienza e, soprattutto, della autentica libertà. Il che ci avvicinerebbe all’Europa, sia che ci sentiamo, per quel che può ancora significare, “di destra” o “di sinistra”. Il titolo Europa non è perciò un topos geografico o ideologico-politico, ma l’evocazione di un lungo percorso che ha portato a fondare la scienza, a garantire lo sviluppo, facendoci conoscere, in questi ultimi anni, per sfortuna o fortuna, anche la decadenza di un’idea ormai inattuale di crescita, puntando l’obiettivo non sul soddisfacimento di bisogni limitati, ma piuttosto sul valore della durevolezza sostenibile. È un mondo, l’Europa, ideale e istituzionale, nel quale dovremmo poter ricercare nuovi sensati fini. E, allo stesso tempo, in questo delicato lavoro rivendicare la nostra libertà, specie quando votiamo per la gestione della terra che calchiamo ogni giorno. Solo così ogni azione democratica potrà iscriversi in un’armonia di popolo.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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