Lun. Lug 22nd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Per evitare l’oblio

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L'alluvione nel Salernitano 60 anni dopo 2 / di Giuseppe Foscari
*di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Vi sono date indelebili nella storia delle comunità locali. Senza alcun dubbio, il 1954 rappresenta  uno snodo importante per una corposa riflessione che si rinnova con cadenza decennale in molti dei comuni allora interessati all’alluvione. Era successo, da ultimo, nel 2004, si ripete, oggi, nel giorno del dolore per un evento che sessanta anni addietro ha toccato Salerno, Molina, Vietri, Cava e la costiera amalfitana.

Spesso accampiamo la scusa (che, va detto, ha un suo notevole fondamento) dell’eccezionalità dell’evento meteorologico, dei tanti millimetri di pioggia caduti in un tempo ristretto e con una sorprendente e inattesa forza. Si tratta di un fenomeno che con il riscaldamento del pianeta tende addirittura a dilatarsi e che, proprio per questo, dovrebbe far cambiare concezione e cultura. Ma, a conti fatti, ci manca solo l’iperbolica scusante del castigo di Dio per i nostri peccati (in voga ancora nel tempo storico dell’alluvione) per chiudere il quadro sinottico delle spiegazioni degli eventi disastrosi e ripulirci le coscienze.

In realtà, oltre che piangere i morti e ricordarli, abbiamo fatto un bel po’ di passi avanti nella comprensione dei fenomeni e delle responsabilità. Certo, resta uno scarto evidentissimo fra ciò che sappiamo, ciò che dovremmo fare e quanto realmente realizziamo a difesa e tutela del territorio e dell’ambiente. E qui, scattano le responsabilità della politica, del tutto incapace di comprendere quanto sia decisiva per la qualità e la sicurezza della vita umana una cura sistematica e costante nel tempo del territorio medesimo. Ma, naturalmente, porta più voti la copertura di un fiume per un parcheggio o per nuove costruzioni abitative che la giudiziosa cura dell’ambiente.

Oggi sappiamo bene che la ‘lettura’ del territorio va fatta in un’ottica sistemica, considerando bene che ciò che si fa in un tempo e in un luogo, spesso non ha ricadute solo per quella specifica zona, specialmente se parliamo di colline, montagne, aree marittime e città concentrate in pochi km quadrati. Se, per ipotesi, dovessimo tagliare gli alberi sui monti di Cava, gli effetti negativi in caso di nubifragio potrebbero riguardare, come successo per il passato, anche Nocera, Molina, Vietri e Salerno. Siamo anche a conoscenza del fatto che gli interventi tecnici dell’uomo rappresentino il più grave pericolo, in uno con abusivismo, condoni dissennati, piani regolatori superficiali, volontà dei sindaci di spendere tutta la propria credibilità in nuove opere senza gli opportuni accorgimenti ambientali.

Il tutto parte dalla consapevolezza, assolutamente erronea, che l’uomo sia il padrone di tutto e che il suo rapporto con la natura vada costruito in relazione esclusiva alle proprie esigenze di creare abitazioni, servizi, opere pubbliche, e di fare profitto. Non è così e non possiamo certo ignorarlo, prima di tutto perché la natura si riprenderà prima o poi gli spazi che le sono stati indebitamente tolti, in secondo luogo, perché il rapporto uomo-natura deve essere costruito necessariamente su un’equilibrata armonia e non sull’atteggiamento arrogante dell’uomo-predone.

E l’armonioso rapporto con la natura si mette in piedi già quando si pensano le nuove opere e nel momento in cui si stanno per realizzare, non dopo, quando si tenta di arginare la natura, come uno scoglio con il mare.

Occorre, dunque, un salto di qualità, di politica e tecnici, anche se una certa consapevolezza si sta diffondendo tra gli imprenditori, quelli virtuosi, che certo non mancano, e che stanno immaginando finalmente un rapporto organico con l’ambiente e l’ecologia. Ma la politica deve fare la sua parte, non può essere continuamente in ritardo rispetto alle necessità del territorio, non può sempre immaginare di proteggere chi lo ha violato, né può innescare opere faraoniche senza ragionare sulle conseguenze, sulla base di un canone europeo come il rispetto del principio di precauzione. In base al quale, un’opera si realizza solo se non intacca in alcun modo la salute e la vita dei cittadini.

E occorre un alto grado di consapevolezza proprio di noi cittadini, chiamati anche ad una forma di autodisciplina collettiva, come avviene nei paesi scandinavi, per un controllo sociale del territorio basato sul trionfo dell’interesse generale rispetto alle esigenze del singolo individuo.

Quest’ultima cosa era ripetuta da un grande ingegnere napoletano all’inizio dell’Ottocento, Carlo Afan de Rivera, che aveva letto anche i documenti di una gravissima alluvione che nel 1773 aveva toccato, in modo analogo, le stesse zone del 1954, provocando ben 400 morti.

Ma delle lezioni del passato non sappiamo che farcene, anche perché, tranne casi rari, non si studiano più. E allora, anziché far tesoro della saggezza e dell’esperienza passate, corriamo il rischio dell’oblio e della pericolosa rimozione, ovvero, dell’ignoranza.

 

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno