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Perché non voto

Perché non voto
Algebre, di Rino Mele

Della democrazia, Platone capì subito le aporie, le contraddizioni. Nel suo “Politico”, un dialogo che cerca le radici della supremazia, Platone fa riassumere così il problema a un personaggio, lo Straniero: “Uno, pochi, molti, ricchezza e povertà, costrizione e consenso”. “Uno” è quando governa un re, “pochi” se a tenersi stretto il potere sono quelli che si ritengono i migliori, infine la terza “costituzione”, che sembra un luminoso delirio: mille teste messe insieme da quella che Platone chiama “la scienza dell’esercizio del potere sugli uomini”: ascoltando il filosofo, e la sua ricerca della verità, subito ci scontriamo con l’impossibilità degli uomini di fare del tremendo potere su un altro corpo una vera scienza, “la più difficile e più importante da acquistare”. Perché questo accada, ognuno dovrebbe essere come un re, o almeno “esperto in regalità”. E qui l’ironia sacra di Platone si scatena. Tra i presenti, oltre a Socrate, c’è un giovane che si chiama come lui (Socrate il giovane) e fa un paragone bizzarro e verissimo. Rispondendo allo Straniero, dice che su mille persone non solo non se ne trovano cinquanta capaci d’interpretare quella somma scienza della politica ma nemmeno 50 capaci di giocare la “petteia”, che è l’arduo gioco degli scacchi. Platone si sofferma, poi, sui criteri di elaborazione delle leggi e trova l’incongruità di coloro che esercitano il potere sia quando è destinato a pochi che a molti: ci muoveremo sempre urtando contro lo stesso muro, fino a diventare muro noi stessi, calcificati nell’opacità, nella ripetizione degli stessi errori, costretti a diventare complici dei peggiori: perché il mondo è un incendio, non ci salviamo e non salviamo nessuno, e lo stesso istituto democratico ci attraversa la vita illudendoci di quella poca speranza che volta a volta ci dona.

Rino Mele

Rino Mele

Maurice Davie in un suo studio del 1929, “L’evoluzione della guerra” arrivò alla conclusione che solo alcune tribù di Eschimesi erano sfuggite, nel tempo non misurabile dell’umanità, all’esercizio reciproco della violenza. Al suo niagara di sangue. Torniamo al gioco necessario della democrazia: non è il luogo ideale in cui tutti riescono a farsi re ma in cui chi prevale agisce troppo spesso come un nascosto tiranno. Così, la più difficile scienza (quella del potere sugli uomini) si allontana dalla nostra vorace ansia di fingerci medici o piloti di navi (sono le due attività che Platone diceva somiglianti a quella del politico). Intanto, dopodomani dovremmo andare a votare per improvvisati candidati (la maggior parte di essi), sconosciuti noti, candidi pavoni su alti alberi di zucchero. Il meccanismo elettorale sorprende: per il proporzionale possiamo solo votare la volontà dei partiti accettando l’ordine secondo il quale essi hanno già scelto per noi. Più che votare, sulla scheda confermiamo la loro volontà. Altro che attitudine regale del cittadino: i partiti tendono a corrompere quell’omino con la scheda in mano, a renderlo servile. Per la prima volta nella mia vita, non andrò a votare. Ne ho dolore, ma non applaudirò sorridendo, non voterò per chi ha già votato al posto mio e aspetta solo che io, con la matita viola che mi dà il presidente del seggio, confermi col voto la mia lateralità, superfluità, rispetto a un sistema in cui chi è eletto gioca su una scacchiera in cui chi ha appena votato non ha più altri pezzi se non quelli del successivo disagio. Dopo essere usciti dal fascismo per aver perso la guerra, abbiamo sostituito ai partiti storici la simulazione di frammenti politici, i cui attori si somigliano tutti, hanno la stessa maschera bianca, una voce che si confonde, l’identica cerimoniosa disposizione o, al contrario, un’ingannevole aggressività. La burocrazia, che fu capace di deformare finanche la rivoluzione sovietica, appare l’unica vincitrice del Novecento europeo: si alza una mano, si vota una scheda, ci si guarda senza riconoscerci, il tessuto cui partecipiamo s’allarga, si fa lenzuolo, ci avvolge.

(Proprio in questi giorni, sta per iniziare il quarantesimo anno del gelo della strage di Moro e dei cinque agenti della scorta. Quando tutto stava per consumarsi – il 9 maggio 1978 – Aldo Moro scrive una lettera alla moglie Eleonora, che viene consegnata il 5. Termina così: “Tutto è inutile quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino, forse ne avrà scrupolo”. Ecco, quello in cui siamo ancora bravi, dopo i disastri: gli scrupoli.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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