Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Permododidire

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di Giuseppe Amoroso

Il critico letterario e saggista Giuseppe Amoroso

 

di Giuseppe Amoroso

Già nelle liriche-enucleazioni di Poesie (Pungitopo, 2017), Lucio Falcone aveva attribuito agli accadimenti l’occasione di esistere pure nella «sillabazione, onirica e pensosa, di una breve espressione verbale. E, spente le luci di scena e l’ultima nota di musica, ecco le rotte dei giorni raccolte nel “fimisterrae” del suo angolo di Sicilia. Ora, la nuova silloge Permododidire (Pungitopo. pp. 67) si consegna come un’antologia di frantumi aguzzi, un fascio di fotogrammi di taglienti sagome in esilio da una trama, carbonizzati resti di un grande incendio di pagine in cui si è raccontata una storia o si è polemizzato contro le “oscure presunzioni”, o contro “il cuore duro come un macigno” del mondo “impazzito”. Ma sono, soprattutto, parole, sintagmi, schizzi incollati su pentagrammi di musiche remote, satelliti di un discorso-pianeta, affievolito, smarrito, che bruciano le distanze più percorribili dalla lettura e schizzano al di là delle barriere di un immediato impatto di conoscenza. Versi che danzano al di là delle occasioni compiute. E sono lemmi, solitari o avvinti tra loro, che non si distruggono: ogni loro voce innesca un principio di racconto di cui si ignora ogni riferimento, la numerazione di un paesaggio, il gioco di un destino. E’ la voce di liriche che sotto uno schema stilistico di rastremata essenzialità, roccioso-friabile, polisemico e monoritmico, celano l’ incoercibile forza propulsiva di confessione convulsa e cellulare di un io sempre presente, pronto ad erompere dalla sua copertura verbale ermetica, da un criptico rifugio di meraviglie e febbrile osservazione del mondo, per catturare quei segni invisibili e presenti, anche quando tutto è stato detto e si è compiuto il rito dei giorni, il quotidiano intreccio dei dialoghi. Le voci degli altri, come in una distanza remota per l’ascolto, pronunciano una sorta di lieve controcanto. La scena di ogni lirica è ferma nella sua ghiacciata ricchezza, fra velocissima verbalizzazione e i rallentanti spazi del non detto. Azioni esigue, glaciali, vengono stillate come da un suggerimento(“ecco / vedi /bastava così poco / un po’ di vento”), per contare ed entrare nel vivo della lirica ma non tanto da essere chiamate dall’io, mentre i continui oltraggi alla linearità degli svolgimenti restringono tutte le componenti del “nerosubianco” in una ripresa espressiva nella quale le silhouette dei personaggi, gli stessi segnali del tempo in arcuate dissolvenze di mistero, gli sfondi che se ne vanno con lo “spreco di infiniti pensieri” paiono come convogliati in ambiti definiti: pregiati dipinti antichi, coro multiforme che attende un cenno che lo animi.
Falcone istruisce una dimensione nuova al suo racconto che si anima di immagini e suoni come sfocati e resi vivi solo dalla presenza di chi registra ( Un lessico teso a rinnovare la sua base tradizionale e, a grani, pure vernacolare, spesso attraverso modernissimi grafemi e acrobatiche connessioni, cerca un termine-mondo, non bisognoso di completamento e talora al limite dell’astrazione, disponibile a precedere la rivelaz . La potenza eversiva di raffigurazione delle immagini anomale mette in primo piano la drammaticità delle situazioni, ma lo sguardo pietoso del poeta immerge i flashes nel discorso di una “lontananza indefinibile” nel quale un po’ svanisce quel senso di smarrimento iniziale di dolore e di indifesa solitudine e prende avvio una specie di riflessione amara su un anonimo destino di crudeltà. Personaggi veri e metafore si assorbono nell’emblema del male che circonda tutti, sembrano quasi allontanarsi in silenzio, sfumare nei “balbettii sonnolenti” di un “dormiveglia”. Per contro, in un’aria leggera e dimentica, irrompono una scena di festa paesana, e, in un gioco di velature amigue, qualche paesaggio di nera lucentezza che fa pensare a scorci di novellistica barocca. Accanto, bagnanti che “giocano a palla / ai tamburelli” e l’io che “scambia parole scritte per stelle fisse”, mentre ”nuotano attorno leggere / le anime glauke dei morti” e “mirabili artigiani/ pupi per appassionanti storielle”. Non ha soste questo transito di maschere stravolte (e si protrae la “mossa azzardata” di schede in numerazione continua fin nel poemetto Bagagli ammano ) che perdono il rapporto con ogni sistema narrativo, i trasformandoso quasi in idee. Allora subentra una virata, il poeta torna sul campo, forse impone un viatico, forse si arrende a un confine che gli sembra invalicabile: ”ettiroavanti / ma non oltre”. Su una scacchiera di “preludi intriganti”i, grafie eccentriche, onomatopee che evocano lo stridore più che la corrispondenza logica ed eufonica, non v’è scampo per un diffuso ripiegamento interiore o per l’abbandono all’ascolto di una nota dolce di conforto. Però, sempre qualcosa ti rimane dentro, il fascino perplesso del non detto, il richiamo dell’ “ineffabile bellezza”, il”piacere di narrare / del popolo dei sogni”.

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