Piccolo gioiello fra la polvere del palcoscenico

Piccolo gioiello fra la polvere del palcoscenico

Casanova di Ruggero Cappuccio
con Roberto Herlitzka
e con Marina Sorrenti, Franca Abategiovanni,
Carmen Barbieri, Giulia Odori, Rossella Pugliese
regia di Nadia Baldi
Teatro Nuovo, Napoli, 4-8 marzo
Teatro Verdi, Salerno, 12-15 marzo

di Francesco Tozza
Il drammaturgo e scrittore Ruggero Cappuccio
Il drammaturgo e scrittore Ruggero Cappuccio

Ho visto due volte il Casanova di Cappuccio: la prima volta, il 4 marzo, al Nuovo di Napoli; la seconda, dopo appena qualche giorno, al Verdi di Salerno. Un doppio incontro con lo stesso spettacolo teatrale, per giunta a così breve distanza, credo non mi sia mai capitato in una certo non breve esperienza di spettatore; o forse, a ben ricordare, una volta soltanto, qualche decennio fa…, allorché – venuto a Venezia per la Biennale Teatro (agli inizi degli anni ’70) – dopo aver visto il Sogno di Shakespeare, alla Fenice, nella stupefacente messa in scena di Peter Brook, mi affrettai a rivedere lo spettacolo l’indomani, nella prima delle due sole repliche previste, rimanendone entusiasta. Peccati di gioventù, potrebbe dire qualcuno! Esaltazione propria di un’età, facile (almeno un tempo!) a questa sorta di entusiasmi. E’ probabile, ma non ne sono affatto sicuro; anzi, a distanza di anni, e nei limiti della funzione documentante esercitata dalla memoria, a teatro principalmente, almeno fino all’avvento dei ben noti mezzi di riproduzione tecnica (da prendere, peraltro, sempre con le pinze…), mi sentirei di dire, oggi, che quella del Sogno fu la migliore fra le regie firmate, anche successivamente, dal grande regista inglese, e che comunque – per quanto mi riguarda – fu quello uno degli spettacoli più originali e intriganti, fra i tantissimi ormai…, cui ho finora assistito.
Questa volta i motivi della duplice visione sono stati diversi. Sono uscito da teatro piuttosto annoiato dallo spettacolo (nonostante l’ennesima prova d’attore offerta, come sempre, da Herlitzka), quasi infastidito dai pochi e modesti interventi di regia di Nadia Baldi (pur altre volte da me ammirata nel ruolo di regista: cito, per tutte, la bella lettura–concerto, cui ho assistito tempo fa, al Piccolo Bellini di Napoli, dell’intenso, seducente romanzo – quasi una partitura, appunto – di Patroni Griffi, La morte della bellezza): ad infastidirmi sono state, in particolare, le cinque attrici che facevano, per così dire, da coro ad un vecchio Casanova, ormai depresso e malandato, in vena di bilanci su un’esistenza assai più tormentata e intrigante di quanto comunemente si sappia, sottoposto al misterioso tribunale della storia (e della follia), in preda alle voci di un inconscio che mi sembrava, comunque, meritassero altra forma di esplicitazione, rispetto a quella offerta sulle tavole del palcoscenico. Sono venute meno, quindi, un po’ tutte le motivazioni per desiderare una seconda… visione (o, per meglio dire, un secondo ascolto, data l’assoluta prevalenza nello spettacolo della fonè). Tranne, forse, una: la curiosità suscitata da un testo, intenso e per più versi inquietante, meritevole di una più attenta e appagante rilettura, magari nelle secrete stanze della propria casa, al riparo dagli inutili rumori di scena, come quasi sempre richiesto da testi teatrali, squisitamente letterari; anche per appurare (dimenticavo di aggiungerlo) la reale consistenza di quelle presenze che mi eran parse solo disturbanti, mentre le avrei volute – anziché marionette meccaniche, quali finivano con l’essere – semplici e misteriose voci, magari provenienti da volti di amanti velate, come in certa pittura di Magritte. Il caso ha voluto che, uscito da teatro, sulla strada del ritorno, incontrassi l’autore (peraltro un caro amico, che ho cercato di seguire fin dagli esordi di una ormai ragguardevole carriera): di fronte alle mie perplessità, forse inopportunamente espresse appena qualche minuto dopo il termine della prima napoletana, prometteva soddisfazione alla mia curiosità, con l’invio del lavoro (non ancora pubblicato) tramite copia per posta elettronica. Promessa cortesemente e rapidamente mantenuta, onde l’immediato realizzarsi della suddetta verifica, con una tranquilla rilettura che confermava, anzi viepiù rivelava, la bellezza e la profondità del testo (qualità non nuove e, del resto, ben note ai lettori dei precedenti testi teatrali, ma soprattutto dei due romanzi di Cappuccio).
Da una scrittura rutilante, a tratti addirittura incandescente, al seguito di studi sulle fonti, evidentemente condotti con indubbia acribìa e (quel che più conta) coagulatisi in un’elaborazione narrativa di originale spessore e profonda riflessione, balza fuori – come in parte già detto – un Casanova ormai avanti negli anni, divenuto quasi una larva, altro a se stesso, scheggia di uno specchio che non ne ha mai rivelato l’inafferrabile identità, condannato e fatto prigioniero da una Inquisizione che più che stigmatizzare l’estrema libertà dei suoi comportamenti, senza la quale, comunque, non avrebbe mai voluto vivere, ne ha continuamente perseguito i “reati filosofici”, intentandogli un finale e “finissimo giudizio per farlo uscire di senno”. Un Casanova condannato, forse fin da bambino, alla “pesantezza del buio”, destinato all’estrema solitudine – lui, l’uomo degli infiniti incontri, secondo la vulgata, con l’ars amandi – proprio quando “il fantasma della bella età” finisce col vivere fra i solchi delle sue rughe. Compagna della solitudine s’insinua, immancabilmente, la condanna alla memoria; sicché egli “ricorda tutto”, perché “è in momenti come questi che si capisce il tempo”, anche se poi “la memoria è uno strano giocattolo, s’inceppa quando il divertimento promette di più”. Affiorano ad una coscienza ancora lucida, anche se martirizzata nel delirio della sofferenza, frammenti di un vissuto intenso: di un’infanzia già tormentata, di una giovinezza inquieta, fra duelli appena sventati, poi giocoforza combattuti (“perché duellare è come amare”), imprigionamenti crudeli e continui tentativi di fuga, sempre in giro per il mondo, a contatto o comunque alla ricerca dell’eterno femminino, magari lasciandosi baciare “con tutta la fame con la quale la vita battezza chi sa amare”. Danza così la vita – conclude un Casanova ormai più che settantenne, cinicamente deriso e assai poco amato, consapevole che le donne, che i rigurgiti dell’inconscio ormai gli versano addosso, sono “inquietanti automi sensuali”, spettri delle sue ossessioni. O lo sono sempre state!? “Dicono che io sappia tutto sull’amore. Si ingannano. E’ l’amore che sa tutto di me. Io sono soltanto il capro espiatorio della passione che agita l’umanità. (…) Il mondo ha voluto il seduttore, ed io, purché il mondo fosse felice, gliel’ho regalato”.
Casanova smaschera, dunque, la mitologia del personaggio che la storia gli ha costruito addosso. “Io sono uno scrittore. Sono stato da sempre soltanto uno scrittore”. E’ la rivendicazione dell’importanza di un linguaggio che, pur generandone altri, resta geloso della sua autonomia, ma nello stesso tempo è anche l’estensione semantica del termine scrittura, fino ad abbracciare i vari modi dell’esistenza intesi, appunto, come scrittura della vita: complessa tematica, che deve stare molto a cuore a Cappuccio; il quale, non a caso, fa di Casanova, in questo suo recente lavoro, lo scrittore della seduzione o il seduttore attraverso la scrittura. Resta il problema della traduzione scenica di siffatto testo, che è poi il motivo che ci ha riportato a teatro per quella seconda visione, cui si accennava all’inizio. La delusione si è rinnovata, anche se con maggiore consapevolezza delle sue ragioni. Evidentemente le leggi del palcoscenico (la grammatica e la sintassi, per così dire, della rappresentazione) si confermano ancora una volta diverse da quelle che governano la pagina scritta: la letteratura drammatica non può non tenerne conto e quindi, per certi versi almeno, farsene carico. Perfino Pirandello che, com’è noto, manifestò in uno dei capolavori della sua drammaturgia la completa sfiducia nella capacità degli attori di realizzare sul palcoscenico la vita dei personaggi, pervenendo addirittura all’utopia dell’opera autorealizzantesi, in seguito (si veda la sua introduzione alla Storia del teatro italiano di Silvio D’Amico, del 1936) mutò parere, sottolinendo la necessità degli opportuni rimaneggiamenti da operare in quella che più tardi si sarebbe chiamata la scrittura scenica, “perché l’opera d’arte, in teatro, non è più il lavoro di uno scrittore (cors. ns.), che si può sempre del resto in altro modo salvaguardare, ma un atto di vita da creare, momento per momento, sulla scena, col concorso del pubblico che deve bearsene”.
Al Casanova di Cappuccio è venuto meno, al momento, questo lavoro di traduzione; per cui è parso che un piccolo gioiello fosse stato distrattamente lasciato fra la polvere di un palcoscenico.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *